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Tute celesti

16 Aprile 2009 alle 10:30

La messa di Pasqua è la festa delle feste. Resurrezione che spande vitalità e carisma tra i credenti, indefessa professione di fede che crea comunità e ricrea sensazioni di catarsi delle anime. Gusù Cristo che risorge, figlio del Padre, innalzato alla Verità del Creatore. Tutti in festa nella messa celebrata in piazza per l'esiguità della chiesa, tutti negli occhi il lampo della vita che torna vita, della morte di tenebra accecata dalla sorgente di luce. Mani che si stringono, riti che si dipanano, gente vestita di tutto, cromatismi di eleganza che tracciano identità di mode le più disparate. L'aria che si riempie dell'adrenalina pasquale accompagnata da una Primavera finalmente conclamata. Lì, stanno lì, li vedi tra un tailleur e una cravatta, tute celesti che fendono la folla e sandali ai piedi. Ai piedi pure calzini sportivi che sanno di fatica e dolore. Capisci che sono loro, guardi gli occhi stanchi, al lato luccichii di amarezza. Una lacrima scende, senti l'accento aquilano, e avverti l'impotenza del conforto. Sono davanti a te e tu assisti inerte alla scena che tracima nell'efferatezza della quotidianità. Assapori la fortuna del Caso che ha accolto il tuo vivere, tendi una mano, stringi quella che un signore col rango di sfollato ti rivolge, forte la stretta a sancire solidarietà retoriche. Poi ti allontani, la tua vita riprende cadenza di normalità, ti volti, loro stanno lì e sempre lì, con quelle tute celesti color cielo, patina bislacca d'allegria. E ti vergogni dell'ingiustizia subita. E vai avanti e cammini e non riesci a capire. Loro lì, celesti di tuta e sandali ai piedi e sguardo spento, guardano la croce di Cristo e scuotono la testa.

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