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Mancuso su Benedetto XVI

13 Marzo 2009 alle 16:15

Non poteva mancare, sulla vicenda della lettera di Benedetto XVI ai vescovi, il commento di Vito Mancuso, neo-vaticanista aggiunto di Repubblica. Il quale, dopo essersi soffermato sui "colpevoli" del malessere ecclesiale contro cui si sarebbe scagliato il pontefice - lefebvriani, una parte della curia e i cattolici che hanno protestato contro la decisione di revocare la scomunica - ha indicato chi, a suo dire, è il vero responsabile dello stato di agitazione che serpeggia nel gregge di Cristo: Benedetto XVI, of course, capo di una Chiesa che milioni e milioni di cattolici sentono distante, "rigida e fredda", incapace di accordarsi con la sensibilità contemporanea. Insomma, come nelle migliori famiglie, il problema sta nel manico. Un esempio? Il divieto della comunione ai divorziati risposati, che evidentemente Mancuso ritiene un errore, una misura eccessivamente severa, poco caritatevole e non consona ad una Chiesa che voglia dialogare con il saecolum. Per non parlare, prosegue Mancuso, di quei vescovi, preti e teologi (come lui) che cercano di conciliare Vangelo e postmodernità, nei confronti dei quali il papa sa mostrare solo durezza e intransigenza. La conseguenza logica di questa disamina, anche se Mancuso riconosce che la lettera ha dei "punti magnifici", è ovvia: prima si cambia manico meglio è. Mancuso non lo dice espressamente, ma il senso del discorso è chiaro. Così come chiara è l'immagine della Chiesa che il teologo vorrebbe: una Chiesa che sa plasmare e riformulare se stessa a seconda dei tempi, dei contesti, delle esigenze sempre nuove, adattando vangelo, dottrina, fede e morale ai segni dei tempi. Istanza legittima, per carità; temo tuttavia che qualora la Chiesa prossima ventura dovesse muoversi sulla stessa lunghezza d'onda della teologia mancusiana, di cattolico resterebbe ben poco. Non c'è carità senza verità. Questa è la cifra del pontificato di Benedetto XVI, che per quanto mi riguarda non è affatto solo e gode di immutata stima.

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