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Speranza, come voglia di quiete

17 Febbraio 2009 alle 21:30

Non per noi, foglianti antichi, vale la quiete come scopo, percorso segnato, luogo conosciuto che è comune al gregge, giacché sappiamo che non possiamo accettare sacralità, intoccabili frutti della conoscenza del bene e del male; che non possiamo seguire chi, cieco e sordo come ogni essere umano, sostiene addirittura di essere certo dell'infinità e ci spiega come raggiungerla. Noi, di un paradiso con le sbarre, ce ne fottiamo, ed è per questo che siamo tristemente liberi. Non seguendo un percorso già segnato, fregandocene della serena tranquillità del precotto, noi antichi foglianti accettiamo tutto, anche gli sbandamenti della ragione che da più parte notiamo sul nostro amato giornale (aborto, Eluana e, orrendo, Sermonti) sapendo che chi sceglie la speranza ha bisogno di simulacri, di cattedrali che rendano visibile Dio. E' nell'intelligenza degli affetti, che noi confidiamo, e non nel timore del nulla, viscido egoismo che allontana da figli e mogli e genitori e amici promettendo squallide eternità puramente egoistiche. E crediamo anche nell'intelligenza così com'è, nella tanto vituperata scienza, che al contrario di chi la guarda con sospetto non pretende di spiegare nulla e non fornisce salvifiche ricette. A questo punto, è chiaro che crediamo anche nel Foglio e nel suo profeta Ferrara.

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