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Risposte ghibelline

12 Febbraio 2009 alle 19:30

Le parole che descrivono la situazione di Eluana Englaro non sono ancora nate. Usare parole consuete ma imprecise, adatte al mondo che le aveva inventate per altri scopi, non consente di rispondere alla domanda secca "vero o non vero". Tento comunque di farlo. Eluana dormiva, si svegliava, inghiottiva, tossiva. Se questo basta per essere vivi, era senz'altro viva e in agonia, per definizione della parola. Solo che siamo abituati a ritenere che l'agonia debba essere irreversibile ma breve, la sua era solo irreversibile. Agonia, ma non "in fin di vita". Eluana non si nutriva. Veniva nutrita con tecnica di tipo indubbiamente medico. Definire "farmaco" quello che le veniva dato non è certo più assurdo che definirlo "cibo". Se si accetta questo, si può affermare anche l'accanimento terapeutico, che è la tecnica medica che tiene in vita una persona affetta da patologia inguaribile, senza il suo consenso. Se non si accetta è lo stesso: lo facessero a me, sarebbe senza dubbio accanimento terapeutico. E sarebbe mostruoso se la legge imponesse ad altri di nutrirmi contro la mia volontà. Per me e per gli altri. Indipendentemente dal vocabolario. La magistratura ha dedotto la volontà di Eluana dalla testimonianza del padre (di cui la frase citata era solo un aspetto), e ne ha valutato la ragionevolezza rispetto al contesto. Dopo un mese di agonia, si può ritenere ragionevole che la persona vorrebbe tentare ancora, dopo molti anni, l'esatto contrario. Non serve certo un sondaggio per intendere che questo è ciò che i più dicono di volere per sè. Infine la magistratura ha applicato il principio costituzionale che consente di rifiutare le cure. Definire questo "sentenza di morte" è assurdo. Se il Sig. Englaro avesse cambiato idea, nessuna sentenza avrebbe potuto far eseguire il protocollo. Infine, in effetti un'unica forza politica si è impegnata attivamente al fianco del Sig. Englaro, ma dubito che vi siano molti magistrati radicali.

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