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Rispetto. Sì, ma solo a un senso

11 Febbraio 2009 alle 21:15

Il dolore si rispetta, il padre si rispetta, la presunta volontà di Eluana di rispetta, insomma oggi tutti dicono che ci vuole rispetto. Come non essere d’accordo? Non ho molto rispetto, lo dico francamente, con le idee di chi liquida come non-vita tutte le persone che vivono in queste condizioni e in altre simili. Che tutto un coro intonato e leggiadro dica implicitamente a 2.500 persone in stato vegetativo permanente, e alle loro famiglie, che vivono una vita senza senso, che è meglio farla finita, che in quelle condizioni tanto vale non esserci, quasi constatassero una verità universale e lapalissiana, mi sembra quantomeno indelicato. Se a questo aggiungo le migliaia di malati di Alzheimer, le migliaia di anziani immobili dementi e non autosufficienti, le migliaia di malati mentali gravi e di disabili gravissimi provo addirittura paura. Che la dignità della vita sia legata alla qualità delle sue funzioni è un’idea devastante. A tutti noi viene chiesto di immedesimarsi nel padre di Eluana Englaro, in quei 17 anni di sofferenza. Giustissimo. Immedesimiamoci allora anche nelle famiglie che accudiscono persone nello stesso stato vegetativo e che credono nell'assoluta dignità della vita dei loro cari, e che le curano amorevolmente e con altrettanta sofferenza, le quali sentono le voci di questa società che senza tanto riflettere per strada, in internet, in tv, ripete: "Quella vita non è degna, non è vita".

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