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Al servizio della vita

7 Febbraio 2009 alle 12:00

Il nullismo collettivo insorge prontamente contro il Dl del Governo per difendere il proprio diritto a considerare la vita un numero facilmente azzerabile. Zero nei confronti di coloro che vorrebbero che essa conservasse la sua nobiltà creazionista, agitati da furore laicale unica cultura certa per una ragione ubriacata dall’edonismo. No è questa la democrazia. Non può essere questo inseguire il nulla che le conferirà l’idealità di cui ha quotidiano bisogno. Vivere da uomini liberi significa soprattutto avere il senso dei propri limiti; non sarà l’abuso di libertà che potrà farci credere di essere nel giusto. Decidere della vita, quale che sia, ad arbitrio di chi crede di averne il diritto (a tutela di una libertà che essenzialmente è a valore zero), non è gesto commendabile. È una prepotenza iniqua, allucinata da questo ideale democratico che confonde la vita come accidente dell’essere del quale riscattarsi con o senza eutanasia. Ed è paradossale che il delitto criminoso, fino a ieri punito con la pena di morte, proprio in nome della democrazia sia stato liberato dalla morte. Perché la vita è bene indisponibile del quale lo Stato è solo il servitore. In nome della pietà che sconvolge le nostre coscienze, commettiamo l’abuso nei confronti di una poveretta che, ignara, attende che la sua vita si consumi nell’ordine naturale dell’esistenza. Ci siamo nominati tutori di un bene che non ci appartiene, nemmeno per delega e, quandanche genitori sconvolti dal dolore, mai potremmo legittimare il delitto che commettiamo in nome dell’amore pietoso.

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