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La fine del diritto

4 Febbraio 2009 alle 10:17

Se il diritto, nell'applicazione giurisprudenziale, rispondesse come dovrebbe al requisito della ragionevolezza, la prima cosa da fare di fronte all'istanza di un tutore che chiedesse di essere autorizzato a privare dei sostegni vitali elementari il disabile non autosufficiente affidatogli, per farlo morire, sarebbe revocargli la tutela. Per manifesta inidoneità (di chiunque si tratti). Non è in questione la coscienza del padre da rispettare. Il fatto è che esistono anche nel nostro ordinamento positivo i diritti indisponibili della persona, e il primo è il diritto a vivere su cui poggiano tutti gli altri da "tutelare". Non esistono, per contro, disposizioni circa la "indegnità" a vivere e connesse sanzioni di morte. Il che dovrebbe essere intuitivo in un paese che si dice "civile". Ma la ragione è morta e non da oggi. I massimi giudici hanno giudicato "legittimo" procurare la morte sulla base di sole presunzioni ricavate dalle asserite imprudenti (è proprio il caso di dire) parole di una ragazzina, in un momento di pena alcuni lustri addietro. Il che non si usa neanche col peggiore dei criminali: lì ci vogliono prove, altro che parole nel ricordo, e la pena di morte è stata da tempo abolita. Occhio, ragazzi, a parlare troppo. Tutto questo sembra, semplicemente, pazzesco. Il diritto non muore anche se negato, ma non vive più nella dimensione statale. Non c'é più stato, se non come regolatore degli egoismi arbitrari e dei rapporti di forza. E' il regno della inciviltà. Ne usciremo?

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