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Che ne è del CaW? E del PD dell'alternanza?

28 Gennaio 2009 alle 09:00

E’ trascorso ormai un anno dalla brevissima primavera del CaW. Ricordiamo tutti il dolcissimo ma fragile zefiro veltroniano trasformato in robusta e gaia brezza dal riflesso che dell’immagine di quell’esponente restituiva la esclusività del rapporto dialogante instaurato con un born again Cav, ormai potentemente avviato a chiudere la triste parentesi prodiana. Nè possiamo dimenticare che fu anche grazie all’eroe per caso capitolino che l’impetuoso torrente comunista finì con l’impaludarsi nella laguna ideologica del tutto incluso, dopo aver recitato il suo ultimo atto appresso alle tartine di un rito plastificato. Ma cosa è rimasto, oggi, di quell’istantaneo albeggiare? La vocazione maggioritaria che irradiava da quel roseo volto di neonato giace riversa su spiagge remote dove è stata trascinata da impietose (ed illiquide) correnti. Stanchi quotidiani arrotolati a mo’ di megafono trasformano in ruggito le stizzite sonorità di aristocratici barboncini che, forti dell’approvazione di remoti collegi elettorali, disprezzano l’uva che altri dimostrano di saper ben raccogliere, facendo mostra, al contempo, di sguardi sottili, sapientemente rivolti verso rare vigne, invisibili ai più, colme di grappoli illuminati. Visioni estasiate di Repubbliche Platoniche che ben volentieri farebbero a meno di noiose quanto puzzone tiritere elettorali. Altrove, nasi ormai consunti di vecchi spinoni seguono senza tregua anche le più flebili tracce del profumo di consenso. Lontane stagioni li avevano visti saltellare saldi e fieri dietro il loro apparato olfattivo, pronti ad intercettare, prima degli altri giovani compagni, le fragranze del bosco. Neppure allora era possibile, in verità, intuire nei loro percorsi un che di lineare, nè la natura li aveva dotati dell’istinto di alzare la testa oltre i cespugli. Ma il bosco era sempre stato generoso con loro. Si spingono, ora, in cerca di perdute sensazioni, su terreni loro interdetti dai vecchi padroni.

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