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Giù le mani dagli avverbi

26 Gennaio 2009 alle 21:00

Periodicamente i puristi della lingua italiana si lanciano in campagne che stigmatizzano severamente l’abuso degli avverbi, particolarmente quelli che terminano in “mente”. Appesantirebbero pesantemente la scorrevolezza e la fruizione di un testo, rendendolo inutilmente barocco e faticosamente leggibile. Non sono assolutamente d’accordo con questa linea di pensiero. Quasi quotidianamente giornali e telegiornali ci avvertono che il tal paese “è entrato tecnicamente in recessione”. La notizia è – scientemente o ingenuamente – posta tra l’ultimo flash da Il Grande Fratello e le previsioni meteo, innocentemente buttata lì senza particolare enfasi. Certamente avrebbe un diverso impatto se fosse la prima notizia e non usufruisse del fondamentale apporto dell’avverbio. Simulazione: fine della sigla d’apertura del tiggì, inquadratura del mezzobusto il quale con aria gravemente composta esordisce dicendo “buonasera, da oggi l’Italia è in recessione”. Pausa. Panico totale ed immediato. Ulteriore crollo delle borse, la gente al supermercato a fare incetta di beni di prima necessità. Svariati suicidi sul territorio nazionale. Lo stesso accadrebbe sicuramente agli Islandesi se si dicesse loro che l’Islanda è in bancarotta. Ma se gli si dice che “è tecnicamente fallita” chissenefrega? Reykjavik è ancora lì, se volete prendete un volo low cost qualsiasi e vi sincererete che non è assolutamente cambiato nulla. Quindi, giù le mani dagli avverbi. All’inventore dell’abuso degli avverbi dovrebbero fargli un monumento, dovrebbero. Doverosamente.

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