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Le dolci parole della morte

22 Gennaio 2009 alle 15:45

"Arbeit macht frei". Questo era l'ironico e crudele messaggio di "accoglienza" posto all'ingresso di numerosi lager nazisti. La storia di quei giorni tremendi ci racconta di come i carnefici hanno spesso usato "dolci parole" per giustificare la morte dell'uomo. La crudeltà non sta nell'idea di annientamento ma nel mascheramento di tale disumanità sotto il velo rassicurante di parole e concetti consolatori. I lager costituivano l'attuazione pratica ultima di una filosofia purificatrice, costruita sull'idea di togliere la sofferenza dal mondo e veniva somministrata per giustificare la "cura" definitiva per uomini, donne e bambini che non erano ritenuti sufficientemente "sani", secondo criteri assolutamente scientifici, elaborati dal fior fiore dell'intelligenza. Il popolo doveva rendersi conto che era giusto, caritatevole e di alto profilo sociale ed economico eliminare la sofferenza di una condizione di vita non dignitosa. I medici di stato incoraggiavano, quindi non con la violenza ma con la persuasione di una giusta causa, le famiglie, all'interno delle quali vi era un insano, a "lasciar andare" i sofferenti, loro si sarebbero presi cura della loro pena e l'avrebbero emendata. Una società sana si profilava all'orizzonte, una società finalmente libera dalla sofferenza.

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