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L'incompiuta

21 Gennaio 2009 alle 07:00

Nel 1967 mio padre volle conservare memoria della guerra dei sei giorni e acquistò il numero di Epoca interamente dedicato all’evento. Quando reggiunsi l'età della ragione me lo diede perché lo leggessi e conservassi a mia volta. Ogni tanto lo sfoglio, le immagini costringono ad un paragone con l’attualità: le colonne del Tsahal verso Suez, Moshe Dayan sorridente sotto l’elmetto, le avanguardie israeliane commosse e in preghiera davanti al Muro del pianto, il rabbino in uniforme che suona lo shofar, ma anche scarpe lasciate nel deserto dagli egiziani in rotta, i ritratti di Nasser e Re Hussein, un fante della Legione Araba giordana, i volti stanchi dei prigionieri. Mi chiedo cosa sia rimasto di quel desiderio di sopravvivenza di Israele, esplicato in risposta a ripetute aggressioni dei paesi arabi confinanti. Guerra e tregua di oggi sembrano mosse entrambe da altro spirito, dal paradosso di una assuefazione ad uno stato d’assedio permanente, una sorda acquiescenza che si tramuta talvolta in scontro, ma il cui vero motivo sembra il perseguire, consapevolmente o meno, la politica della “ferita aperta” in cui già gli inglesi furono maestri. Israele ha ragione, ma ne avrebbe avuta di più se non avesse atteso la pioggia di ben seimila razzi per dar luogo ad una vendetta a metà, frenata in ossequio al passaggio di testimone USA. Ancora, se non coltivasse quella schizofrenia i cui frutti sono stati anche la morte di Rabin, lo smantellamento delle colonie e il via alla prova generale dell’ “abominazione della desolazione” che è il muro eretto a separare in nome di una illusoria sicurezza. Ora che il nemico è la follia capillare figlia dal lutto collettivo palestinese, ora che il mondo arabo è giunto a più miti consigli ed il fronte diplomatico a lui favorevole sembra sciogliersi in vista di nuovi equilibri, da Israele ci si aspetta una politica risolutiva, gesti che non premino il mai sopito pregiudizio internazionale, non più soluzioni tampone tra una tregua e l’altra.

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