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Sui valori limite contenuti nei referti degli esami clinici

31 Dicembre 2008 alle 17:04

Se un quadro illiberale obbliga il singolo cittadino a rivolgersi ad un sovraccarico ed inefficiente (e parassitato) Sistema Sanitario Nazionale, l’idea (già di per sè parecchio vaga) di gestione personalizzata della salute diventa la prima e più illustre delle vittime, mentre gli individui reali finiscono con l’essere operativamente assemblati in un Frankestein statistico, centrato più o meno qui e disperso pressapoco in quest’area. In questo panorama umanamente desolante, il recupero di efficienza, in termini di minor numero di contatti con i terminali dell’SSN, derivante dalla autocollocazione dei singoli all’interno di distribuzioni (più o meno indicative) di parametri sanitari, mi pare possa garantire, in media, a ciascuno di noi, una maggiore facilità di accesso al sistema. In pratica, gli utenti vengono chiamati a svolgere una attività a bassissimo valore aggiunto della quale dovrebbe, in alternativa, farsi carico il servizio pubblico. Al buon senso ed alla responsabilità del medico di base, poi, il valutare i casi che, pur non rientrando nei limiti indicati, siano da considerarsi effettivamente meritevoli di ulteriore approfondimento. Tutto questo per dire che le considerazioni critiche contenute nell’articolo di Roberto Volpi dell’altro ieri mi paiono un pochino facili. Tutto sommato, il ricorso alla indicazione di valori soglia all’interno dei referti ha, nel disastroso contesto sanitario cui siamo costretti, una sua funzionalità. Nè mi pare il peggiore dei mali. E, del resto, non risulta che l’articolista suggerisca particolari alternative o esprima perplessità riguardo alla effettiva utilità degli esami da lui citati.

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