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Sofferenza e male

10 Dicembre 2008 alle 13:16

Non l’esistenza del male, ma l’idea che degli innocenti ne soffrano, si pone come ostacolo insormontabile all’esistenza di quel Dio dei teologi che Borges definì un rispettabile caos di superlativi. Questa obiezione però, postula l’esistenza di una relazione tra la sofferenza ed il peccato che, ammesso che valga per i dolori dell’anima peccatrice, non vale per i dolori del corpo che la ospita. Come è noto, secondo la teologia cristiana, dobbiamo ad Adamo ed Eva la nostra sensibilità al dolore. La sofferenza cioè non è, se non indirettamente, una beffa del libero arbitrio (inesistente nel bimbo ed esercitato correttamente dall’uomo pio) ma la naturale condizione dell’essere umano, soggetto alle imprevedibili leggi del caso che governano la materia. La sofferenza fisica è moralmente indifferente; è un mero incidente statistico e non, come certe superstizioni veterotestamentarie vorrebbero, un castigo divino. Per contro, un Dio che intervenisse nella realtà, finirebbe inevitabilmente per determinarla, imponendosi a quella volontà dell’uomo che Egli stesso ha innalzato a limite della propria onnipotenza. Il male invece, secondo Sant’Agostino (Le Confessioni) non esiste se non come assenza del bene (allo stesso modo in cui la tenebra è l’assenza di luce); Dio, la cui essenza è il Bene, non lo conosce né lo concepisce. Il male esiste dunque solo in relazione a quella prerogativa che Dio ha concesso agli uomini e che in esso trova la sua effettività: il libero arbitrio. A rigore, una simile teologia non richiede né giustifica l’esistenza del demonio e dell’inferno, essendo il male implicito nel libero arbitrio ed essendo la privazione in eterno della contemplazione di Dio l’unica pena ammissibile. L’idea di un Dio che ci trae dall’incoscienza del nulla e che predisponga un castigo infinito per chi, creato libero di scegliere, sbagli scelta (circostanza che un Dio onnisciente non determina ma conosce dall’inizio del tempo) pare infinitamente più bizzarra.

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