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Università: verso l’uno

28 Ottobre 2008 alle 17:15

I fatti e le parole che in questi giorni avvolgono la “questione universitaria” sembrano essere la riedizione (a colori, perciò meno tragica) di quella cosa lì; di quell’anno innominabile che è stato il 1967+1. La nostalgia del futuro è il segno inequivocabile che qualcosa non è per il verso giusto. Oggi abbiamo tutti nostalgia del futuro. Alla primavera del 68 segue l’autunno 08. Allo stesso modo delle stagioni (primavera/autunno) si muove la storia della scuola/università, che sembra essere destinata ad un lungo inverno (inverno caldo; colpa del surriscaldamento globale, ma sempre inverno). Al di là del bene e del male c’è solo l’abisso. Ma l’abisso si trucca meglio delle donne alla sera ed è capace di nascondersi negli occhi pieni di rughe d’un vecchio o nelle lacrime d’un bambino; senza differenza alcuna. L’abisso sta fermo al suo posto e attende il suo olocausto, non ha nessuna fretta, così è difficile riconoscere che l’oscurità si spalma fino alla punta delle dita e la notte sbatte sulla pelle. Le leggi, le riforme, le proteste, le opposizioni, i governi che inseguono il tempo presente sono il modo migliore per correre incontro al nulla (che opprime i cuori), così schiacciati non ci importa più di vivere, ma solo di sopravvivere. Siamo confusi dal frush frush dei soldi che pagano tutto. Paga ora bambino, il frush frush dei soldi che pagano tutto. Le parole sono crollate prima delle azioni. Il crac delle azioni del pensiero non ha risparmiato nessuno ed i pochi sopravvissuti al crac non hanno il coraggio per tentare un’ impresa di risanamento linguistico. Le caramelle sono finite e noi oltre ad aver fatto indigestione non abbiamo di che pagare il pasticciere. Rimane solo l’anima da sola a resistere e fin quando le Moire non tagliano il filo quelli che non hanno venduto l’anima hanno il dovere e l’onore di rischiare di cambiare il mondo.

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