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Il problema della sofferenza

22 Ottobre 2008 alle 17:00

A proposito del problema della sofferenza nella teologia cristiana, credo si debba partire da una semplice osservazione teologica: non si va all’Inferno per sbaglio. L’onnipotenza di Dio e la il Mistero della Croce escludono che qualcuno possa finire all’Inferno per un caso sfortunato, o per un errore di valutazione, per quanto macroscopico, e lo esclude esplicitamente Gesù stesso nel Vangelo. Ne segue che se qualcuno finirà all’Inferno lo farà per sua volontà e non si pentirà della sua scelta, poiché in questo caso il Padre lo accoglierebbe in Paradiso uccidendo il vitello grasso, ma la sua scelta nella vita terrena sarebbe del tutto svuotata di significato. Quindi la sofferenza dell’Inferno (sempre che non sia vuoto, il che non si può escludere) è necessaria per sostanziare la nostra libertà di dire no a Dio, che è il più grande dono che Lui ci possa fare in quanto ci mette sul suo stesso piano. La sofferenza terrena invece, peraltro per definizione infinitamente minore, è necessaria a rendere consapevole, cioè vera, questa libertà, poiché la scelta è sempre alla fine tra Io e Dio e la sofferenza, per quanto e in quanto ingiusta e insopportabile (il che vuol dire fuori dal nostro controllo) è l’unico modo che abbiamo per sapere veramente che non siamo autosufficienti, cioè che Io e Dio non sono la stessa cosa, e fare dunque questa scelta. Così la sofferenza terrena non è solo un modo per evitarci quella dell’Inferno, come sottolineato da tutte le teodicee e giustamente ritenuto insoddisfacente da Mancuso e tanti altri, ma è parte integrante e insostituibile del progetto di Dio, del Dio cristiano che muore in Croce.

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