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All that jazz

7 Ottobre 2008 alle 20:10

Credo che il potenziale espressivo della musica sia ancora intatto, ma che attualmente sia male utilizzato. La crisi, di genere o estesa a tutta la musica, è legata più al gusto personale, formato attraverso l’educazione musicale, che al mercato discografico, il quale asseconda – e in piccola misura veicola - gusti e mode. Da genitore stronco inesorabilmente gruppi e artisti contemporanei, fatte salve rare eccezioni. D’altra parte penso sia un gioco delle parti, perché lo stesso è accaduto alla mia generazione e a quella precedente nella propria adolescenza. Ciò che risulta irritante invece è proprio la fioritura di prodotti di nicchia, avanguardie di un tentativo di recupero che si vuole qualitativo, soprattutto in ambito jazzistico, ma che si esaurisce il più delle volte in una mostruosa tecnica strumentale o vocale, priva però di carica emotiva. Un esempio: sento i ragazzi impressionarsi per la velocità del chitarrista di uno dei tanti gruppi del momento, più bravo, a loro dire, di Jimi Hendrix e colgo nella loro incultura musicale l’impossibile paragone. Certi ragionamenti possono sfociare in uno snobismo non voluto, mentre anche qui si tratta di educazione e sappiamo quanto sia marginale l’insegnamento della musica nella scuola. Istruire e far capire il ruolo giocato da taluni personaggi nell’evoluzione degli strumenti e della musica in generale forse è il mezzo per rendere consapevoli delle loro scelte i maggiori fruitori del prodotto discografico. Il tam tam mediatico e l’omologazione tipica dei giovani ci saranno sempre, ma è sul vuoto, sul gusto istintivo e immediato che prospera la cattiva musica. Un altro piccolo esempio: negli anni ’80 pochi sapevano che Phil Collins non si divideva solo tra carriera solista e i Genesis, ma che suonava nei Brand X, gruppo prog: involontariamente troppo elitario quindi, non commerciale e sconosciuto ai più. Niente di nuovo sotto il sole dunque, oggi la livella del gusto è oggettivamente solo scesa un po'.

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