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All that jazz

6 Ottobre 2008 alle 20:41

Grazie De Remigis per aver ricordato il jazz caduto in disarmo, perché “non si ascolta, è troppo difficile”, non ha un ritmo (ma tanti), perché non si canta in italiano, perché le donne lo odiavano, troppe improvvisazioni, variazioni, virtuosismi, ora il ritmo dev’essere uno e uno soltanto, nessun assolo, roba semplice, da ipod, da radio privata, una sveltina in un’epoca di suoni appiattiti. Gli ultimi esempi jazzistici che ricordo sono stati gli esperimenti diluiti nella fusion, ma fenomenali, di Metheny e dei Weather Report di Zawinul. Poi niente di nuovo. Del jazz restano i concerti sempre interessanti in quei locali/ambienti jazz costruiti su misura, pochi ormai per la verità, fumosi all’epoca fino all’inverosimile, insieme con l’icona Paolo Conte e tanti giovani che, essendo tecnicamente fortissimi, sanno che le soddisfazioni possono venire solo dal jazz. Soddisfazioni non economiche, s’intende, i soldi seguono altri percorsi. Rinascerà, resusciterà, forse dalla fredda Scandinavia, me lo auguro; in fondo sono rinati il rock and roll e il rock progressivo, ma incasellati in una nicchia. Il periodo d’oro è finito. Credo anche per il jazz. Non è che la musica nel suo complesso (compreso la classica), chiedo e De Remigis ai foglianti e ai frequentatori di Hyde Park Corner, ha finito tutte le potenzialità espressive? Mi auguro di no, ma mi sorge ‘sto dubbio.

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