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Sul quoziente familiare

22 Settembre 2008 alle 17:00

E' proprio questa cosa del quoziente familiare che mi lascia parecchio perplesso. Mettiamola così: oggi mi viene sottratta della ricchezza che andrà a favore di chi ha scelto di costruirsi una famiglia. Bene. Teoricamente, i giovani virgulti cresciuti a pane e (permettetemi) soldi anche miei, saranno chiamati, domani, ad onorare un debito di riconoscenza nei confonti di chi, ieri (cioè oggi), ha contribuito al loro mantenimento, ai loro studi, al loro divertimento, etc. Ottimo. Qui, però, si chiude il libro di De Amicis e si apre quello, ahimè, più lacrimoso della cruda realtà: un padre mantiene 100 figli, 100 figli non mantengono un padre. Se è così, e spessissimo è così, perchè dovrebbe andare meglio a me, che neppure padre sono, ma pur sempre pagatore? Sempre teoricamente, poi, una qualche assicurazione sul mio domani potrebbe derivare dall'essere in grado di farglielo capire, alla virgultanza, questo fatto della odierna rinuncia. Ecchè, quelli, in America sognano di andare, od in Canada od in Australia. Posso io mettermi davanti alla scaletta dell'aereoplano a spiegargli questa storia del debito di riconoscenza (magari con poster a grandezza naturale del pio Edmondo)? Pernacchie e poi pernacchie, ne ricaverei. “Togliti di mezzo, vegliardo, stattene straniero in patria, in questa che una volta era Italia e che oggi manco più si capisce cosa sia”. Ecco, appunto. Allora, perchè, magari, il rinascimentale Silvio, non molla su questa cosa del quoziente familiare e non ricomincia a concentrarsi su quella che era la migliore delle sue sempre migliori idee e cioè la riduzione generalizzata delle tasse con una, massimo due aliquote e drastico smagrimento della nazional greppia? Tanto più ne avrebbero anche i padri più prolifici di quanto potrebbero averne da una nuova, ingiusta mazzata sulle mie già esangui finanze.

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