cerca

E' lecito uccidere?

16 Settembre 2008 alle 16:25

La vita non è il bene supremo. La Libertà rappresenta sicuramente un valore più alto. “Libertà vo’cercando, ch’è sì cara - come sa chi per lei vita rifiuta” scrive Dante. Si è sempre ritenuto lecito uccidere il colpevole, uccidere per legittima difesa o in stato di costrizione. L’uccisione in guerra rientrava in questi due ultimi casi. Pertanto non è contro la morale tradizionale pensare che possa essere lecito uccidere, in particolari casi. Si può dunque procedere alla soppressione del malato, ed in quali casi? Penso che tre siano le condizioni imprescindibili nelle quali una legge possa permetterlo: 1) che si agisca nell’esclusivo interesse del paziente 2) che vi sia una espressione di volontà inequivocabile e continuativa dell’interessato 3) che egli sia in uno stato di dolore insopportabile ed incurabile Quest’ultima condizione in particolare è assolutamente necessaria perché vi sia la situazione di coercizione che renda lecita l’azione omicida (evitiamo la ipocrisia della “sospensione delle cure”: qualsiasi atto che provoca coscientemente la morte è omicidio, anche l’omissione). Molti lettori sembrano ignorare che la cultura liberale laica ha sempre considerato i diritti naturali come indisponibili, cioè che non vi può rinunciare neppure il titolare: per questo lo Stato non permette di vendersi schiavi o di uccidersi, e punisce chi è complice dell’azione. Tollera il suicidio perché, se riuscito, risulta difficilmente punibile. Non è quindi sufficiente la volontà espressa per potersi far uccidere. Oggi, invece, si invoca la libertà di irrogare la morte addirittura da parte dei parenti più o meno prossimi! Le condizioni elencate rendono impossibile eliminare chi si trovi in stato di incoscienza, perché mancano tutte e tre: 1) chi è incosciente non ha interesse a morire, e lo si sopprime solo nell’interesse altrui: parenti troppo sofferenti o insofferenti, personale sanitario scocciato o costi sociali troppo alti; 2) non vi può essere espressione di volontà valida: quella di Eluana, ad esempio, non le servirebbe a vendersi il motorino; 3) non vi è, soprattutto, sofferenza del malato, che renda indispensabile sopprimerlo. Queste considerazioni rendono pure illecito il cosiddetto Testamento Biologico, perché questo ha significato solamente per quando il malato fosse in stato di incoscienza, e quindi non sofferente. Definita quindi la liceità morale di una legge che contemplasse i tre casi dichiarati sopra, resta da chiedersi se tale legge sarebbe opportuna. Tale legge, pur limitata ai casi sopra definiti rappresenterebbe la condanna a morte di centinaia di migliaia di vecchi e bambini colpiti da malattie invalidanti. Tali malati sono facilmente suggestionabili, per cui sarebbe sempre possibile ottenere dichiarazioni di volontà in realtà coartate. Per quanto riguarda la sofferenza, abbiamo l’esempio delle sofferenze delle donne che desiderano abortire, per capire che valore avrebbe una dichiarazione medica di tale stato. A meno che si trovassero forme di espressione particolarmente severe e non aggirabili, una legge ottenuta con la suggestione di pochissimi casi realmente interessati (ad es. il caso Welby), avrebbe come conseguenza lo svuotamento di corsie ed ospizi, assieme alla fine della nostra civiltà: perso il senso della sacralità della vita, resterebbe ben poco da difendere ulteriormente. Aristotele diceva che le leggi non possono contemplare tutti i casi possibili, e definiva una particolare virtù, l’equità, come la capacità di riconoscere quando un atto fosse giusto anche difformemente dalla legge, e di comportarsi di conseguenza. Per questo reputo la legge non opportuna: nei casi in cui veramente serve, è sufficiente l’equità.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi