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La confusione filo-mancusiana

4 Settembre 2008 alle 16:30

Non è mia intenzione salire sul predellino di Hyde Park per occupare il posto lasciato libero dal sig. Accorrà, poiché sarebbe cosa gradita a chi scrive confrontarsi sul medesimo piano; ringrazio il sig. Accorrà per aver risposto, stimolando così una sana dialettica. Tengo poi a precisare che giammai mi sfiorò la mente il pensiero di essere offensivo… e se lo sono apparso, me ne scuso, conscio, con Fedro, che “non semper ea sunt quae videntur: decipit frons prima multos”. Ma non ci siamo di nuovo. Il vecchio e mai risolto problema del “dialogo” implica l’uso delle medesime – o quantomeno similari – categorie, cosa che tra i due mondi che il sig. Accorrà ed io (coi miei pii colleghi) rappresentiamo pare non sussista… Rispondo, dunque, alle obiezioni mosse: AD PRIMAM: il dott. Mancuso è un teologo. Tale viene presentato nelle note biografiche dei libri che scrive, alle trasmissioni televisive e radiofoniche alle quali interviene, e persino sui giornali (Il Foglio in primis); INSUPER: verissimo che in Italia non esistono Facoltà di Teologia “statali” (cosa per la quale dobbiamo ringraziare il Cielo… immaginiamo lo Stato liberale che gestisce le scienze sacre?! Dove andremo a finire? Altro che Mancuso!), ma il sig. Accorrà saprà bene che la “docenza” delle materie teologiche (cattoliche) si ottiene previo conseguimento di una licenza e di un dottorato in Teologia presso una Università Pontificia o presso un Istituto di Scienze Religiose approvato dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica. Il che, ovviamente, nel caso in specie non è garanzia di ortodossia… ma questo è un altro problema. Innegabilmente il Mancuso insegna presso una facoltà di filosofia, ma la sua connotazione di “teologo” non muta: chi insegna “medicina legale” presso le facoltà di giurisprudenza non smette di essere un medico. Proseguendo: che lo Stato italiano non si preoccupi dell’insegnamento della Teologia cattolica non implica, poi, che questa sia inutile. Anzi… forse è una garanzia! San Bonaventura ci insegna – di contro a quanto sostiene il mio obiettore – che la Filosofia è “ancilla Theologiae” (cf. De reductione artium ad theologiam) e non il contrario. Ma ahimè il luogo non è adatto per dissertare di una problematica così articolata. Epperò è da rivendicare con forza l’autonomia delle scienze teologiche da qualsiasi infiltrazione filosofica che, anziché recar luce, umanamente adombra lo splendore della Verità di Dio. AD SECUNDAM: il ruolo dei teologi? Le risposte (per i teologi cattolici) si trovano nei seguenti documenti magisteriali: Cost. Ap. “Sapientia Christiana” del 29.4.1979 e Cost. Ap. “Ex corde Ecclesiae” del 15.8.1990 (di Giovanni Paolo II), e l’Istr. “Donum Veritatis” de ecclesiali theologi vocatione del 24.5.1990, della Congr. per la Dottrina della Fede. Questi solo alcuni dei riferimenti nei quali il sig. Accorrà potrà farsi qualche idea su (a) Cosa “serva” un buon teologo: chi turba le coscienze (e dunque le inquieta) non può rientrare in tale categoria sol perché, parafrasando Sant’Agostino, “non riposa in Dio”… e dunque, mi vien da chiedere, in chi riposa? E non vado oltre… AD PATIENTIAM PERTRACTANDAM: mi piace adoperare la Lingua latina perché “sofferenza” si dice “patientia”… ed il nocciolo, caro Amico, è proprio qui: quando ho parlato di “mistero”, mi riferivo all’origine della sofferenza, non alle sue manifestazioni (che sono alquanto – ahinoi – tangibili). Ciò che al mondo d’oggi manca alla stragrande maggioranza di persone – che siano o meno cristiane – è un vero senso dell’accettazione del dolore, della sopportazione del male, perché, essenzialmente, si è senza speranza. È ovvio che la nostra esistenza, priva della Speranza, che è quella virtù che ci permette di andare al di là di questo nostro vivere terreno, sarebbe – ed è – deficitata della tensione al divenire, e dunque ogni cosa umana – dinamica di per sé – diviene statica: la sofferenza, il dolore, ogni contrarietà quotidiana, sono solo pietre che si accumulano attorno a noi e che ci rinchiudono – soffocandoci – in una torre che ci isola dal resto dell’umanità, in un solipsismo – Grasso licet – inumano. Sarebbe, infatti, un errore da parte Sua, caro Amico, non intervenire nelle decisioni che io o il sig. Fabrizio Grasso potremmo mai prendere circa la nostra esistenza: poiché se è vero – com’è vero – che ciascuno di noi deve aver cura della propria anima, è altrettanto morale (e dunque intrinsecamente giuridico) l’obbligo di aiutare il prossimo (e non semplicemente “l’altro”) nel momento di più bisogno, e non solo materialmente. Catullo – che non era di certo cattolico – scrisse: “Amami quando lo meriterò di meno. Sarà quando ne avrò più bisogno”. La vita non è una condanna, caro Amico, poiché nessun dono può esserlo: non lo disprezzi, tanto da pensare che possa farne a meno. Solo Dio (e non c’è bisogno che Lei ci creda perché Egli esista) è Signore di questo giardino: a noi il compito di curarlo fin quando non verrà l’inverno… allora dovremo rendergliene conto… ma fino a quel momento i giardinieri siamo noi… perché far appassire i fiori solo pensando che nessuno mai li coglierà? Viva etsi Deus daretur… accetti la scommessa… in caso saremo tutti pronti a rimborsarLa… Attendo il Suo saggio su Nietzche

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