cerca

Ancora su Mancuso, poi scendo dal predellino…

3 Settembre 2008 alle 15:00

Apprendo dal Sig. Adernò di aver parlato senza prima aver pensato. E’ un giudizio pesante e forse anche un po’ offensivo, ma non è questo il punto interessante della questione. La tesi che si vuole sostenere è che un teologo, innanzi tutto, non è un filosofo. Mia prima obiezione: il Dott. Mancuso è docente presso una facoltà di Filosofia in quanto quella di Teologia neppure esiste. (“Oggi non esistono cattedre o facoltà di teologia all’interno delle università statali italiane” - Intervista al Card. Scola – 31/07/2007 – e quella di Mancuso non è neppure statale). Questo significa – che piaccia o no – che la Teologia non è che una figlia minore della Filosofia, e non avrebbe nessuna ragione, possibilità e capacità di esistere autonomamente. Seconda obiezione: se vogliamo sostenere che il Teologo non può e non deve turbare le coscienze, e limitarsi alla riproposizione di plurimillenari dogmi, ci sarebbe da domandarsi a che cosa “serva” un teologo. Ci basterebbe il Catechismo di Santa Romana Chiesa e il Teologo sarebbe semplicemente un pedante custode di muffiti intoccabili testi. Se nel momento in cui “turba” il Teologo cessa di essere tale, allora ho doppiamente ragione nel dedicargli la citazione nietzschana. “È sicuramente duro da accettare il mistero della sofferenza” afferma il sig. Adernò: questo varrà per i cristiani cattolici. Per me la sofferenza non è un mistero, e non è duro accettarla. E’ la normalissima e banalissima condizione dell’essere umano. Un mistero sarebbe la “non sofferenza”. Al sig. Grasso, che comunque ringrazio per la simpatica e un po’ provocatoria proposta, dico che non sono affatto un nichilista. Nietzsche – che non cito a sproposito avendo letto e studiato tutta la sua opera e sul quale ho scritto un saggio che sarà pubblicato a breve – ha affermato : “No! La vita non mi ha disilluso! Di anno in anno la trovo invece più vera, più desiderabile e più misteriosa – da quel giorno in cui venne a me il grande liberatore, quel pensiero cioè che la vita potrebbe essere un esperimento di chi è volto alla conoscenza – e non un dovere, non una fatalità, non una frode!" In conclusione, la radicale differenza tra me e i due hydeparkiani è che io non mi sognerei neppure di ficcare il naso in una decisione che dovessero prendere circa la propria esistenza, mentre per loro è assolutamente normale farlo. Mi condannerebbero a vivere, e si sentirebbero pure a posto con la coscienza. Povero me.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi