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Ma quale teologia del suicidio?

2 Settembre 2008 alle 11:00

Tanto di cappello al nostro giornale ed a Vito Mancuso per l’articolo dal titolo “La nostra sacra libertà di morire”, che ha sollevato un vespaio. Nietzsche – citato dal lettore Fabrizio Grasso tirandosi la zappa sui piedi - ha detto al riguardo dei filosofi : …di tutto il loro affaccendarsi si potrebbe dire ciò che Diogene, dal canto suo, obiettò una volta che gli si facevano le lodi di un filosofo : “Che cosa mai ha da mostrare di grande, se da tanto tempo pratica la filosofia e non ha ancora turbato nessuno?”. Turbare le coscienze non è una facoltà del filosofo, ma un suo preciso dovere: diversamente non si comprende proprio a cosa possa “servire”. Perché girare attorno al problema fingendo di non capirne il nocciolo? Ed il nocciolo è precisamente l’ “autonomia” di persone in particolare grave stato di salute; si vuole lasciare in mano a preti, famigliari, amici e politici il diritto di stabilire la “condanna a vivere” di colui che vivere non vorrebbe più. Tutto qui. E’ l’arrogarsi un diritto (questo sì divino) di non dare la morte pontificando a partire dalla propria personale situazione ed esperienza (che presumo di salute scoppiettante e ataviche inestirpabili fissazioni morali ). Io - che ho una malattia del midollo spinale che mi ha frantumato l’esistenza, e non credo in alcun dio – ho già chiaramente espresso la volontà di non vivere come un’ameba o come un oggetto di compassione e carità il giorno che dovessi perdere determinate facoltà. Non saranno certamente il signor Fabrizio Grasso o i suoi pii colleghi ad obbligarmi ad un’esistenza che per me non sarà più tale.

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