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La vita è bella sig. Accorrà!

2 Settembre 2008 alle 21:10

Mi sembra di aver turbato il signor Gavino Accorrà, con “La teologia del suicidio”, pertanto “servo” a qualcosa. Circa i dilemmi etici della contemporaneità, si assiste a una confusione verbale, generatrice d’una schizolalia: perciò l’aborto diventa I.V.G. e il suicidio diventa eutanasia. A differenza del teologo Mancuso e del signor Accorrà io credo nell’autonomia della ragione e non nell’autonomia del desiderio dell’uomo. L’autonomia della ragione non può essere il paravento per una cultura della morte, nessuna “ragione” può affermare il rovesciamento della realtà e della verità, solo una “ragione-diabolica”, nel senso di “divisoria” può ergersi a fondamento della Morte. La vita, in ogni sua forma, è lo spettacolo dell’eterno che si manifesta nell’unicità d’ogni essere umano. La confusione verbale è la manifestazione d’una malattia; la malattia della confusione morale che ammorba le coscienze contemporanee. A questo proposito è utile ricordare i concetti di “forma” e “sostanza” in Aristotile. Lo Stagirita ci dice che non c’è contrapposizione (divisione) tra forma e sostanza, ma “logica unità”. Il sinolo è l’unità: dunque la divisione di questi due elementi provoca – ed evoca – la riflessione del filosofo Max Stirner il quale nel libro “L’Unico e le sue proprietà” può affermare nell’ultima riga “Io ho fondato la mia causa su nulla”. Nessuno di noi, pena il solipsismo assoluto, può dichiarare una cosa del genere. Il sig. Accorrà di sicuro non è un solipsista (altrimenti avrebbe taciuto), ma certamente è un nichilista. Solo così la sua affermazione “ho già chiaramente espresso la volontà di non vivere come un’ameba o come un oggetto di compassione e carità il giorno che dovessi perdere determinate facoltà” trova comprensione, ma non condivisione. Egli pensa che la sua vita sia slegata da ogni relazione con l’altro e unicamente sua, ma così non è. E questi sono i fatti (contra facta non valent argumenta). Mi permetto di usare lo spazio di Hyde Park per invitare a casa mia il sig. Accorrà, per dirgli che quando non avrà più le facoltà mentali e fisiche per disporre di sé, sarò pronto ad occuparmi di lui. Penso e spero che i suoi familiari ed i suoi amici gli abbiano già detto la stessa cosa. Prego di non provocare nessun turbamento stavolta, e mi auguro che il sig. Accorrà abbia la possibilità di trovare la serenità che prima di mancare nel fisico, manca alla coscienza.

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