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Note a margine della teologia di Mancuso sulla libertà

29 Agosto 2008 alle 09:35

Non condivido affatto la tesi sostenuta dal teologo Mancuso sul Foglio di domenica scorsa sulla questione del testamento biologico. A partire dall’affermazione iniziale, secondo cui “il testamento biologico rimanda al rapporto tra l’uomo e la sua natura”: questo può essere vero in una prospettiva laica, ma da un punto di vista cattolico (che un teologo cattolico non può non considerare nel mentre fa teologia) non c’è solo la natura con cui confrontarsi; c’è sempre anche un terzo elemento, che curiosamente tanta teologia spesso ignora, vale a dire la volontà di Dio, e quindi Dio stesso. Il tratto fondamentale del cristianesimo, e prima ancora del giudaismo, è che a differenza di tutte le altre religioni, quella cristiana è una religione rivelata. La Bibbia non dice chi è Dio, non è un trattato speculativo alla ricerca di una definizione astratta, narra piuttosto la rivelazione di Dio nella storia, culminata in Gesù di Nazareth. Dio opera e agisce nella storia, secondo disegni che sfuggono ad ogni tentativo di catalogazione, di comprensione puramente razionale ancorché siano intellegibili. Per questo ogni fatto della vita, soprattutto se doloroso, chiama in causa Dio: nel senso che in una prospettiva di fede l’uomo è sì libero di decidere, ma dopo essersi posto la domanda su quale sia la volontà di Dio in quella specifica situazione. Questo è il senso del Padre Nostro, laddove si dice “sia fatta la tua volontà come in cielo e così in terra”; questo è il senso dell’agonia, cioè del combattimento, di Gesù nel Getsemani. Il punto è che ogni uomo è chiamato a fare la volontà di Dio, non la sua. Ma questo vuol dire svuotare di ogni significato la libertà, ridurre l’uomo a mero esecutore dei voleri divini, soggetto passivo e remissivo di fronte ai comandi che gli vengono dall’alto? Ovviamente no, un uomo siffatto non sarebbe uomo. Dio ha fatto gli uomini liberi, realmente liberi di scegliere. Ma di quale libertà stiamo parlando? Qui c’è un punto che nella teologia di Mancuso, per certi aspetti molto nicciana, e di tanta teologia contemporanea non è sufficientemente messo a fuoco, la questione attorno alla quale ruota tutto il discorso sul testamento biologico (e non solo). Parto da un’affermazione che potrà suonare scandalosa: la storia della modernità, fatte salve alcune eccezioni che al momento non ci interessa approfondire, è l’esatta dimostrazione della verità della dottrina del peccato originale. La modernità, di cui il secolo XX ha rappresentato il culmine, è sorta infatti sulla base di un’antropologia essenzialmente anti-cattolica. L’uomo moderno è un uomo in rivolta, in primis contro Dio. E’ un uomo che vuole affermare se stesso, che vuole essere l’unico signore della sua vita, che ha posto la sua ragione al di sopra di tutto, ergendola ad unico criterio normativo. Il simbolo supremo di questa antropologia è rappresentato dall’intronizzazione della dea Ragione nella cattedrale di Notre-Dame. L’uomo moderno è un uomo superbo, che nel corso dei secoli ha cancellato Dio, non solo in cielo, ma anche sulla faccia della terra ( o almeno c’ha provato seriamente). Autodeterminazione, autonomia, indipendenza: tutte categorie che dicono di questa attitudine profonda. Ma proprio in questa attitudine si manifesta l’aspetto demoniaco della modernità. Il che ci riconduce all’inizio, al principio di tutto: ad Adamo e Eva. Il mito narrato in Genesi 3 è quanto mai attuale. Contrariamente a certa vulgata che legge la storia di Adamo ed Eva come una favoletta, essa parla di noi, e meriterebbe ben altro spazio e approfondimento. La storia è nota quindi sorvolo. Vediamo invece il significato. Nell’accezione comune il peccato originale, cioè quello all’origine di ogni altro peccato, è consistito nell’aver disubbidito a Dio. In soldoni, un atto di insubordinazione, di ribellione che ha comportato la cacciata dall’Eden. Il che è vero, ma qual era la posta in gioco? Dio aveva detto che l’uomo poteva mangiare di tutti gli alberi tranne uno, quello della conoscenza del bene e del male; in caso contrario sarebbero morti. Ma l’uomo, allettato dalla prospettiva di diventare come Dio conoscendo il bene e il male, disubbidisce. Ecco il punto: nella prospettiva biblica la conoscenza del bene e del male, cioè decidere cosa è bene e cosa è male, è una prerogativa di Dio, non dell’uomo. L’uomo è libero di scegliere tra il bene e il male, posto che i due termini sono stabiliti da Dio. Questa è dunque l’essenza del peccato originale: ergersi a Dio di se stessi, prendendo in mano la propria vita, decidendo da soli ciò che è bene e ciò che è male. Quanto questo atteggiamento sia diffuso nella società sarebbe fin troppo facile dimostrarlo. E poi, basta un minimo di onestà intellettuale per riconoscere che spesso ciascuno di noi vive così. Ecco perché il discorso di Mancuso non regge, e anzi sembra cedere in più di un passaggio a correnti di pensiero che poco o nulla hanno a che fare con una corretta visione cattolica. La sua è una teologia fin troppo moderna, di quella modernità poc’anzi descritta, dove alla fine Dio è riposto in un cantuccio, ridotto a elemento culturale ma esistenzialmente svuotato di significato e presenza. Imitare Cristo non è essere meno uomini, significa esserlo in pieno. A meno che Mancuso non pensi che anche Cristo era un poveraccio, costretto a vivere da un padre crudele una vita non sua piena di sofferenza e dolore. Se è così, e mi auguro di sbagliare, Mancuso può tenersi tranquillamente la sua libertà, ma almeno la smetta di definirsi teologo cattolico.

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