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Risposta a Ricci

1 Agosto 2008 alle 18:58

Innanzi tutto la citazione di Aristotele è clamorosamente impropria. Egli rimproverava agli scettici la contraddizione insita nell’affermazione che non esiste la verità, dato che l’affermazione stessa si porrebbe come verità. Purtroppo per lei ogni regola è convenzione non è un assioma, una verità indimostrabile, ma una verità scientifica frutto di un procedimento razionale che, muovendo da premesse note giunge a conclusioni logicamente conseguenti. Tali premesse sono: 1) Ogni regola esiste in quanto espressione di un interesse che il legislatore ritiene meritevole di riconoscimento e di tutela; 2) L’interesse tutelato può dirsi convenzionale nel senso di rispondente all’idea corrente, e cioè di volta in volta identificato in base alle istanze che promanano da una ben individuata società in un dato momento storico. Diversamente non troverebbe spiegazione il fatto che l’identica fattispecie venga regolata in modo difforme, quando non opposto, in ordinamenti diversi o, nello stesso ordinamento, in epoche diverse. Quanto poi al diritto naturale si tratta di una questione antica (e controversa dall’origine- vedi Pirrone) che, passando per il giusnaturalismo scolastico, trova una sua compiuta definizione nel giusnaturalismo moderno, in ambito illuminista, allorché viene ricondotto alla razionalità intrinseca nell’uomo e quindi privo di fondamento metafisico. In secondo luogo la sua equazione convenzionale-inesistente è palesemente priva di qualunque fondamento logico dato che negare l’origine metafisica di una norma significa semplicemente attribuirle un‘origine diversa (convenzionale appunto) e ciò evidentemente non implica l’inesistenza della norma nella realtà. Un‘ultima considerazione (evito di sottolineare la temerarietà di altre sue considerazioni come il cervellotico accostamento tra relativista, animalista, ambientalista, vegetariano; né voglio sfatarle il mito del Sacro Romano Impero) la riservo al suo chiodo fisso, vale a dire l’obiezione secondo cui il relativismo si contraddice nel momento stesso in cui afferma se stesso. Presupposto di questa (vecchia un paio di millenni) obiezione (a prescindere dalla sua ammissibilità sul piano logico-linguistico) è che il relativismo neghi l’esistenza della verità. Già Protagora escludeva la contraddizione in quanto il concetto di vero (giusto, morale ecc.) esiste, nella realtà fisica, nella forma individuata dall’opinione generale. In sintesi relativismo non è credere a tutto e (quindi) al nulla. Relativismo significa credere prima di tutto nella ragione, e su questa base è inconfutabile razionalmente. Ciò detto sarebbe il caso che qualcuno rispondesse agli interrogativi che l'anti-relativismo solleva, dato che questo, almeno nei suoi commenti, pare avere solo una connotazione negativa (pregiudizialmente contro il relativismo) Su cosa si fonda la presunzione della superiorità morale? Quale modello di convivenza civile e democratica propone?

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