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L'etica a Gotham City

26 Luglio 2008 alle 10:00

Ho letto con interesse l’articolo di Alfonso Berardinelli sul Foglio di oggi. Alcuni elementi li trovo assolutamente convincenti, ad esempio la critica alla funzionalità dei “testamenti di vita”. Su altri punti, forse per una mia incapacità a comprenderne il vero significato, mi permetto di esprimere qualche dubbio. Mi riferisco in particolare al concetto che esprime l’autore secondo cui, in alcune situazioni tragiche, non c'è alcuna scelta moralmente possibile; in tali casi l’unica guida sarebbe la valutazione di una “utilità relativa”. Per chiarire il mio differente punto di vista mi avvalgo di un esempio della cui banalità chiedo in anticipo perdono. “Batman, Il cavaliere oscuro”, scena molto drammatica: due traghetti pieni di persone sono stati imbottiti di esplosivo. Il folle di turno minaccia di farli esplodere entrambi a mezzanotte. Una solo possibilità di salvezza: a bordo di ogni nave c’è il telecomando per fare esplodere l’altra. Se viene scelta questa possibilità dalle persone a bordo, il Joker non attuerà il suo piano e quindi almeno una delle due navi si salverà, quella cioè che per prima avrà premuto il bottone. Piccola complicazione del caso etico: su una delle due navi ci sono quasi esclusivamente criminali. Tic, tac, il tempo sta passando: dott. Berardinelli come la mettiamo con la scelta più utile in questo caso? Principio base di ogni ragionamento etico è “il bene va fatto, il male evitato”, e non “l’utile va perseguito, l’inutile eliminato”. Questa seconda via potrebbe essere un semplice calcolo, un automatismo da computer, che non ha molto a che fare con una scelta etica. Proprio per questo (e in questo concordo con l’autore) l’etica è spesso tragica. Ed è tragicamente, unicamente umana. Il computer non si domanda se il suo operare corrisponde alla sua stessa “computerità”, se aprendo un sito internet con contenuti discutibili (sebbene impostogli dall’umano navigatore) diventerà un computer migliore o peggiore. L’essere umano queste domande drammatiche se le fa e ne cerca le risposte. E ad ogni passo diventa più o meno somigliante a ciò che dovrebbe essere. Questo implica a volte scelte dolorose e tragiche ma giuste; a volte (altra tragicità) potrà capitare che pur riconoscendo quale sarebbe la cosa da fare magari non siamo in grado di attuarla, ma per nostra debolezza, non perché non sia chiaro quale sia il bene. Il male non è un via percorribile per giungere ad un bene. Il male va evitato, punto. E se non sembra bene che una ragazza, che si ricorda splendida e piena di vita, adesso sia in grado “solo” di sopravvivere, certo è un male smettere di darle da mangiare e da bere affinché muoia. Disporre della sua vita non ha niente a che vedere con l’autodeterminazione (come l’articolo effettivamente rileva) ma neppure con l’interruzione di un accanimento terapeutico, che qui semplicemente non esiste. Disporre della sua vita significa esclusivamente porre un giudizio di valore su di essa, ritenendo che quella vita non sia più degna di essere vissuta. Forse proprio per un calcolo di utilità, o forse per un eccessivo carico di dolore (ma in chi giudica, non in chi è giudicato). Inoltre, non c’è nessuna “esposizione inaccettabile di sentimenti privati”, nessuna “imposta pubblicità”, come affermato nell’articolo: visto che è il signor Englaro stesso che conduce questa battaglia pubblicamente da anni, e visto che sono dei giudici pubblicamente che hanno dato sentenze, proprio per questo si è aperto un “conflitto etico pubblico”, per questo ci sono nelle piazze tante pubbliche bottiglie d’acqua: non è una questione che può essere chiusa come privata, bollandola come scelta di coscienza di un singolo, e ritenendo che perciò stesso, qualsiasi cosa venga scelta (in coscienza e liberamente), sarà la cosa giusta. Questa è proprio la fine dell’etica. Infine come si fa ad affermare che “la filosofia cristiana non accetta il tragico”? Della “doppia tragicità” (quella di una scelta etica drammatica o quella di non saperla compiere) il cristianesimo e la Chiesa si sono molto interessati. Cosa c’è di più tragico di un Dio che si fa uomo e prende su di sé la peggiore tragicità umana, la morte (e per di più la morte innocente)? E dove potrà essere accolto senza giudizio chiunque abbia riempito la sua vita di scelte tragicamente sbagliate? Con queste considerazioni torniamo a Gotham City perché… tic, tac, il tempo sta scadendo … La barca degli onesti cittadini democraticamente ha votato per far esplodere l’altra: la scelta etica è per calcolo numerico (perché è “peggio” lasciare che esplodano entrambe), per calcolo di merito (perché quelli sono solo criminali), o semplicemente perché, pur sapendo di sbagliare, io per istinto di sopravvivenza non riesco a fare diversamente. Tic, tac… ma com’è che nessuno se la sente di premere quel bottone? Nella barca dei criminali nel frattempo, molto meno democraticamente, un minaccioso energumeno s’impossessa del telecomando e fa l’unica cosa che andava fatta. L’unica giusta, senza alcun calcolo. Perché il male va evitato, punto.

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