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Sulla vicenda di Eluana

16 Luglio 2008 alle 21:31

Da vent’anni fisioterapista, per undici ho lavorato in un’Unità operativa per le gravi cerebrolesioni acquisite, un centro d’eccellenza della provincia di Lecco. I pazienti trattati erano per lo più persone con diagnosi di grave trauma cranio encefalico o danno di tipo vascolare: alcuni di essi, dopo un periodo più o meno prolungato di coma, presentavano un esito di stato vegetativo che da persistente diventava permanente. Assieme agli altri membri del team che si occupava dell’approccio a questi pazienti, ho percorso un tratto di strada con queste persone e con le loro famiglie: famiglie squassate, letteralmente, dall’evento traumatico, a volte distrutte e disgregate altre volte, incredibilmente, rafforzate e ancor più coese attorno al congiunto in quella particolarissima condizione. Condizione particolarissima e delicata che, tuttavia, era sempre considerata vita nella sua accezione più alta: la cui dignità, cioè, non era stabilita dall’essere in grado di “fare o non fare” o dalla possibilità o meno di interagire con l’ambiente, ma dall’”esserci”, anche in quello stato così misterioso e straziante. Una condizione che mi ha sempre portato, assieme ai colleghi con cui ho condiviso un’esperienza tanto faticosa quanto gratificante, a chiedere “permesso” quando entravo in camera anche se in camera non c’era nessun altro, oltre al paziente, che potesse rispondermi o a salutare sempre all’inizio e alla fine del trattamento fisioterapico pur non potendo ricevere risposta o a preoccuparmi di prevenire loro i danni conseguenti da posture forzatamente statiche il cui disagio non poteva essere verbalmente espresso. Perché? L’ha detto molto bene Mario Melazzini: la dignità della vita ha un carattere ontologico, sussiste come dato di realtà oggettiva proprio in ciascun essere umano indipendentemente dalle potenzialità esprimibili. Il nodo della questione, quindi, a mio parere, non è l’autodeterminazione della persona (“decido io, in senso assoluto, come disporre della mia vita”) ma la domanda che suscita in noi la presenza silenziosa eppure così frastornante di queste persone. Rallegrarsi della sentenza della Corte d’Appello di Milano in merito al destino di Eluana come hanno fatto diversi esponenti radicali significa, purtroppo, eludere questa domanda.

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