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Eluana - La morte fa parte della vita

12 Luglio 2008 alle 10:17

La sentenza Englaro è una buona occasione per chiedersi come è cambiato il nostro rapporto con la morte. Un tempo la morte era esperita come parte della vita quotidiana. Solo una frazione dei bimbi nati poteva arrivare in età adulta. Oggi se un bambino muore alla nascita i genitori denunciano il medico. Emozioni a parte, abbiamo della medicina l'idea di una scienza infallibile, o di una forma di magia per cui le cose tornano a posto. Le pratiche mediche hanno cambiato la morte: essa non è più un fenomeno puntuale, ma progressivo e, in alcuni casi, indefinitamente dilatato nel tempo. Il caso Englaro è uno di questi: la natura, fosse stato per lei, l'avrebbe morta tempo fa, la cultura la trattiene in uno stato vegetativo permanente. Una cultura medica tutt'altro che esatta, che può rimandare la morte ma non riportare la vita. Da un punto di vista teologico, si può provare che la sua anima sia ancora là, prigioniera di un corpo non più in grado di accoglierla? Wojtyla, che pure era contrario all'eutanasia, scriveva: la rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all'eutanasia; esprime piuttosto l'accettazione della condizione umana di fronte alla morte. Ecco, che si sia d'accordo o contrari all'eutanasia direi che quest'ultimo problema è ineludibile: viviamo in una cultura che nega ostinatamente che la morte sia una parte normale della vita, al punto di negarla perfino da un punto di vista tecnico, impedendo che i nostri cari se ne vadano naturalmente in forza di tubi, sonde, e tracheotomie.

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