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Kennedy e la guerra

24 Giugno 2008 alle 19:10

Come cade a proposito il commento del signor Casu su Kennedy e la guerra. Oggi che Giuliano Ferrara parla di Bush e della guerra in Iraq con una lucidità e un coraggio senza pari. Kennedy - bandiera di ripiego, oggi, di un ex euro-comunismo o di un socialismo dal volto umano - icona veltroniana e post-sessantottina, rifletteva sull'inutilità della guerra...eppure era costretto a farla. E' storia l'escalation della presenza americana in indocina durante la presidenza Kennedy, come è storia la road-map "ideale" che avrebbe scelto Kennedy in caso di rielezione nel 64: ovvero il ritiro a qualunque costo, nel 65. Il prezzo di un disimpegno troppo repentino era infatti troppo alto da pagare, poiticamente, per il presidente americano: una rielezione a rischio, una impopolarità al limite del disfattismo, una accusa latente di collateralismo al comunismo, il possibile riaccendersi di commissioni e di caccia alle streghe maccartista......"no blame on Kennedy's choices", ma è qui che si sigiilla l'articolo del direttore del Foglio, che, in combinato disposto con l'iluminante pezzo di Vito Mancuso, portano dentro le nostre piccole menti l'esistenza di un principio ordinatore, di una ragione che fa capo alla Forza, di una legge morale (il dharma e il dramma di Arjuna costretto a combattere una guerra, anche se angosciato da questo dovere) che se ne infischia del moralismo e dei moralisti, dei pacificatori e dei panciafichisti, che è chiamato a decisioni che hanno la storia come unico giudice e come unico e vero spettatore pagante; la storia che mette di fronte a certi uomini - che agiscono in condizioni nelle quali il libero arbitrio cozza con la responsabilità - scelte che hanno margini di libertà più sottili della lama di un coltello, e a volte paurosamente, m consapevolmente impopolari....Bush - against all odds - ha deciso responsabilmente e coerentemente, impopolarmente ma con senso di embodiment di intraprendere una causa; il campione della sinistra italica forse mischiando un po' il desiderabile con il principio di realtà, il morale con il conveniente, ha preferito non-decidere, mostrandoci nel contempo, apertamente come la politica deve prendere atto, sempre, della concretezza dei fatti, della realtà, delle condizioni storiche, del senso di responsabilità e di opportunità. Questo è il monito, che serve a non farci rischiare di ripetere le debacles, in una parola le Monaco ('38 e '72), dell'umanità.

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