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Parabola del Cav. ad uso dell’On. Follini

20 Giugno 2008 alle 19:30

Non molti anni fa, pronunciare la parola “destra” all’interno dei confini patri significava una immediata condanna per apologia di fascismo. Il termine “liberalismo”, poi, poteva essere al più bisbigliato in aule universitarie semideserte o stampato tra le note a fondo pagina di testi accademici destinati ad un repentino oblio in librerie polverose. Il panorama politico, prosciugato da anni di consociativismi più o meno evidenti, era ridotto ad uno sterile variare di mezzi punti percentuali tra una tornata elettorale e l’altra, mentre una grossissima fetta della nazione era priva di rappresentanza politica. Poi venne il Bossi. E fu chiaro che potevamo cominciare, seppur confusamente, a contarci. Eravamo ancora disarticolato fenomeno di protesta, quando, nel 1992, la Lega raggiunse quel fantastico otto per cento che cominciò a fare tremare i polsi all’establishment politico ed economico (in pratica, due facce del medesimo mostro). Ma l’Umberto era solo San Giovanni Battista. Qualche tempo dopo, infatti, in un luminoso giorno di novembre, si presentò inatteso, sulla riva del Naviglio, il vero Messia, quello che tutta l’Italia che aveva ancora un barlume di speranza salutò come si può salutare una bombola di ossigeno dopo giorni e giorni di boccheggianti bivacchi a ottomila metri. Un autentico fenomeno rinascimentale calcava ancora, dopo cinquecento anni, le nostre contrade sciogliendo, al suo passaggio, il gelo di decenni. Ma il buonumore di qualcuno, si sa, porta subito al rancore di qualcun altro. Ma come, pensarono i grandi sacerdoti, costui viene qui, nel nostro regno, dove abbiamo un diritto naturale ad irretire le menti ed a prosciugare i portafogli e comincia impunemente a parlare di libertà. Di meritocrazia. Di progetti per il Paese lontani dall’interesse di noialtri, professionisti del parassitismo a doppia proboscide. Ecco, allora, che, incappucciati nella notte della malafede, convinsero l’Umberto a tradire in cambio di trenta denari e del titolo nobiliare di gran costola della sinistra. Pensavano così di avere messo definitivamente da parte la rivoluzione del sorriso, ma dimenticavano che anche Pietro, nonostante avesse tradito, era stato, poi, perdonato e riaccolto. Cosa fare? I gran cerimonieri della pubblica opinione cominciarono, allora, a straparlare di contenitori di plastica, di fard, di tricologia, di calze sulle telecamere, di tacchi e di bandane. Fini analisti al soldo dei gran sacerdoti si sbizzarrirono in apocalittiche ricostruzioni di situazioni patrimoniali ormai terminali e bisognose di profittevoli conflitti di interesse. Esangui editorialisti e gran dottori dell’economia, che neppure in dieci vite sarebbero riusciti a mettere in piedi ciò che lui aveva realizzato in mezza, si coalizzarono per tirargli addosso, a turno, secchiate di acido. E poi arrivò la più tremenda delle punizioni. Un attacco giudiziario che avrebbe messo in ginocchio chiunque. Anni e anni di persecuzioni dalle quali si salvò solamente grazie alle proprie risorse spirituali e materiali. Ma lui era stato voluto dalla gente e questa certezza più di ogni altra, si diceva, lo aiutò a non mollare. Alla fine vinse la sua battaglia. E la vinse per tutti quelli che credevano nella sua autentica lotta per la libertà. Fra i suoi discepoli, c’era un tizio che, pur avendo vissuto all’ombra del maestro ed essendosi nutrito della sua luce riflessa, aveva, fin dal principio ed assieme ad alcuni amici, tramato alle sue spalle. Scoperto, fu allontanato e spinto a mostrare quanto poco valesse come pescatore di anime. In pochissimo tempo si ridusse all’anonimato, al punto da essere costretto, per sopravvivere, a fare letteralmente i salti mortali. Ma la cosa peggiore (per lui) è che egli tentò per un’ultima, patetica, volta un rigurgito di moralismo, di quelli che, un tempo, eccheggiavano forti fra le alte mura del tempio. Improvvisamente, però, ecco il miracolo. Quel rigurgito gli si rivoltò contro strappandogli via la finta pelle di cui da sempre si rivestiva e mostrando finalmente il suo vero colore. Un sinistro verde ortica.

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