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La vera sfida

5 Giugno 2008 alle 13:38

Obama ha ormai la nomination in tasca: non evento eclatante, oltre l'immaginifico, considerato che è un nero. Per la prima volta la comunità afroamericana può vedere concretizzarsi il sogno di un suo esponente alla guida degli Stati Uniti. E in una società da sempre egemonizzata dai "wasp" rappresenta di già un terremoto socio-politico di gran magnitudo,sotto le cui macerie si sono spente le velleità di Hillary Clinton, anodina e poco convincente con il suo stesso potenziale bacino di elettori. Ora, se il senatore nero riuscisse a guadagnarsii l'accesso alla Casa Bianca, solo allora sapremo se tale sconvolgimento si rivelerà reale oppure si limiterà, di fatto, ad un cambio della guardia certo determinante da un profilo sociologico (l'accesso degli afroamericani alla stanza dei bottoni) ma in realtà improduttivo, per lo meno per gli interessi di quella stessa comunità e dei tanti americani che vivono condizioni di disagio economico spesso estreme ed incomprensibili in un paese che si ritiene a ragione o torto faro delle libertà e che arriva a garantire nella sua costituzione il diritto alla felicità. Magari non si potrà pretendere da Obama che renda felici tutti gli americani, però avrà la possibilità almeno di strutturare un minimo di stato sociale, e penso innanzitutto ad un sistema sanitario pubblico efficiente e gratuito, ad un sistema pensionistico in grado di alleviare le necessità di quanti pur avendo lavorato una vita, non godevano di un pension scheme, per non parlare di coloro che disoccupati cronici lavorato non hanno mai. Di certo Obama presidente sarà costretto a negoziare con gli wasp, specialmente se avrà la vecchia gallina bionda a soffiargli sul collo. E negoziare con gli wasp significa sostanzialmente garantire ai fortissimi gruppi di potere militar-industriale, alle varie potenti lobbies il mantenimento dello status quo ante per quanto attiene ai loro diritti, privilegi e guarantigie. In questo caso, ben poco nella sostanza cambierà per i più diseredati, per le masse di immigrati che nemmeno parlano inglese. Ove invece Obama decidesse di agire differenziando la sua politica economica, sociale, estera in maniera profonda da quella di chi lo ha preceduto, mi auguro gli venga concesso il tempo di farlo, e di farlo al meglio. Ma in questo senso nutro poche speranze…

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