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Clandestini: attenti alle confusioni

5 Giugno 2008 alle 16:30

Attorno al problema del reato di immigrazione clandestina circola una grande confusione, sia concettuale che pratica. È singolare, per esempio, che monsignor Marchetto – segretario del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti – pensi che esso possa sanzionare una condizione e non un comportamento. Non è l’essere stranieri ad essere considerato reato, ma il modo in cui si è entrati in uno Stato estero. Ognuno di noi può muoversi liberamente per strada, ma se ci introduciamo di nascosto in una casa – anche se non rompiamo né rubiamo nulla – commettiamo un reato. Altrettanto dovrebbe valere per l’ingresso in un’altra nazione all’insaputa delle autorità competenti e, magari, privi di una identità riconoscibile. È parimenti singolare che, da parte di laici dichiarati, si considerino minacciati dall’introduzione di tale reato i diritti naturali quando dovrebbe essere acquisito che di diritti si può parlare solo in ambito storico. Perseguire l’immigrazione clandestina non significa certo ledere il diritto della libertà di movimento: è clandestino chi penetra in un luogo senza farlo sapere. In questo senso, considerare clandestina una badante giunta con visto turistico e poi fermatasi in un Paese oltre il limite del suo permesso, sarebbe improprio. Della badante si conosce l’identità e non si è introdotta di nascosto. In sede di esame del disegno di legge, dovranno essere operate varie distinzioni, perché è impensabile considerare alla pari situazioni totalmente diverse: un conto è una persona provvista di passaporto e un conto chi ne è privo; un conto è lo straniero che passa regolarmente la frontiera e un conto colui che lo fa nel sottofondo di un camion. Certo, se i termini della discussione restano quelli attuali tutto risulterà confuso e destinato a naufragare negli ideologismi di opposta tendenza, senza pervenire ad alcunché di concreto.

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