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A Tania di Nepi - Eravamo tre tardone al bar (più una)

2 Giugno 2008 alle 16:31

Va bene la cultura pop, che crea icone del moderno, laddove i morettian-inquisitori doc vedono solo torbidi inganni mediatici per gonzi rincoglioniti. Va anche bene più Sophie Kinsella e meno Garcìa Marquez, visto che la "giuà de vivr" è anche la libertà di abbandonarsi ai dettagli, all'effimero come risultato del meraviglioso permanere dell'esistenza (e anche, diciamocelo, per il gusto di rompere i coglioni a chi crede che un romanzo o un film hanno consistenza solo se l'incauto lettore - spettatore esce dal cinema/lettura con l'orchite e con i sensi di colpa per l'ultima spesa fatta con American Express). Va bene, insomma, riconsiderare la cifra dei nostri sentimenti, gioie, dolori, senza sentirsi in colpa se le gioie ci sembrano effimere, e i dolori non sono compartecipati dal resto del mondo, dalla nostra classe sociale e dalla nostra casa del popolo. Va bene tutto, Tania: ma se in nome della cultura pop, mi paragoni le quattro tardone multibrand di una New York che non esiste più con le meravigliose donne icona di Almodovar, mi torna l'orchite da Cinema Sacher: e le eventuali spese dell'andrologo, si capisce, sarò costretto ad addebitarle a te, o alle brutte, al giornale che ti ospita.

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