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Provocatio pro libertate

28 Maggio 2008 alle 11:55

Da ventiquattrenne, voglio richiamare, oggi, l'attenzione degli internauti foglianti su una delle questioni fondamentali di politica internazionale asiatica. In queste ore la giunta militare al potere in Birmania dagli anni '60 (non Myanmar come è stata ribattezzata) ha prolungato di un altro anno gli arresti domiciliari per Aung San Suu Kyi, leader dell'opposizione democratica e premio Nobel per la pace. Oggi scadeva la condanna a 5 anni di domiciliari. Suu Kyi ha trascorso 12 degli ultimi 18 anni reclusa in casa, dopo l'annullamento della vittoria del suo partito alle elezioni del 1990 da parte del regime. Fino a quando ancora sarà possibile tollerare la presenza sulla faccia della terra di un tal regime tirannico e sanguinario? Dove stanno i nostri amici pacifisti e no global? Tutto il mondo sta osservando una cricca di gerontocrati veterocomunisti che continua a bloccare gli aiuti internazionali per il suo stesso popolo sprofondato nell'apocalisse provocata dal recente ciclone Nargis; quante vite birmane si sarebbero potute salvare con un rapido intervento ONU/USA? La comunità internazionale deve premere sul regime come mai ha fatto prima, minacciando di far entrare gli aiuti scortati da militari bypassando il regime. Certo, ancora più decisivo sarebbe bloccare i canali di contrabbando di beni e di spaccio di sostanze stupefacenti attraverso cui il regime si autofinanzia, "convincendo" contemporaneamente il regime cinese a togliere il proprio sostegno politico, economico, militare ai generali, soprattutto in seno al Consiglio di Sicurezza. Spero che qualcuno dei lettori del Foglio possa condividere qualcuna delle cose che ho detto e avviare una seria riflessione.

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