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Signora Annunziata

17 Maggio 2008 alle 14:00

Signora Annunziata, leggendo le sue blandizie nei confronti di Marco Travaglio, scopro che i denti di entrambi sono ben arrotati per consentirvi lacerazioni reciproche in nome di quella critica che dovrebbe essere la libera espressione del dissenso nei confronti di chi gestisce la cosa pubblica, in nome del popolo. Ben detto: dissenso! Ma non con argomentazioni paradossali. Ma non con diffamazione come nei confronti di Castelli, mai condannato da un Tribunale della Repubblica e arzigogolatamente offerto all’opinione pubblica, un po’ grossier, come il reprobo che osa esibirsi onesto amministratore essendo, invece, uno pessimo e disonesto. Non credo che si debba accettare il verdetto di un Tribunale per scoprire che l’ottimo Castelli è un onesto e che Travaglio ciurlava nel manico. E non è vero, così come scrive lei, che la critica è immune da malevolenze critiche, e quindi è irrilevante, a torto o a ragione che sia, il contenuto della critica. Quando “la lingua biforcuta” spande le sue piume, critica o non critica democratica, il soggetto criticato artatamente subisce un’offesa inemendabile. Il vento dispande la maldicenza piumata e recuperarla è impresa vana: quello che è detto è detto. Se la democrazia dev’essere l’immune ricettacolo di ogni arbitrio, mafia, camorra, libertà coatta, diffamazione, insicurezza, ignoranza, immoralità diffusa, demagogia spicciola, prepotenza, delitto impunito, tanto varrebbe che un governo autoritario si assumesse l’obbligo di governarci per farci vivere tranquilli offrendo a ciascun cittadino l’ordine e la certezza della legge. E non mi venga a dire che un governo autoritario non saprebbe garantirci certi diritti, quello che conta per l’uomo è vivere: “Primum vivere, deinde philosophari". Non scopro la formula dell’acqua calda se affermo che fare il proprio dovere è l’implicito rispetto del diritto degli altri.

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