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Cultura della morte

22 Aprile 2008 alle 14:00

Discuto di aborto con chiunque mi capiti a tiro da parecchi anni ormai. Ho notato nella controparte uno slittamento delle argomentazioni: un tempo negavano che quella cosa fosse un bambino, si andava dal becero agglomerato di cellule alla "vita in potenza" (vagli a spiegare che se la lasci in pace viene fuori un bambino, solo un bambino, potenzialmente e realmente!); oggi almeno non si nascondono più dietro a un dito e ondeggiano tra una meschina sincerità ("se mia figlia commettesse un errore non vorrei fosse punita con un bambino") e un finto pietismo ("è irresponsabile far nascere una vita non degna di essere vissuta"; scusate, avete mai incontrato un ragazzo down che avrebbe preferito non nascere?). Questo rende la discussione più sensata (prova a discutere con uno che di fronte a una bicicletta dice che è una bottiglia!), ma è anche un indice inquietante della perdita di umanità dilagante: non si sente neanche più il bisogno di negare che quello è un essere umano per decidere che è giusto eliminarlo (non per niente è la stessa mentalità che apre le porte all'eutanasia: la vita non ha valore di per sè, ha il valore che io, la società, il potere dominante le attribuimo).

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