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Il futuro del sindacato

19 Aprile 2008 alle 15:48

È possibile che i prossimi siano anni di notevoli cambiamenti anche per il sindacato, non solo per la sinistra. L’ultimo intervento di Montezemolo aiuta a immaginare un possibile scenario. Ciò che si mette in discussione è uno dei fondamenti del sindacato: la capacità di rappresentare i lavoratori. Attenzione, non la si mette in discussione completamente: si dice che quei lavoratori che vogliano trattare la propria posizione economica possano farlo direttamente con l’azienda, senza intermediari. È una piccolissima crepa nella diga, ma può ingrandirsi fino a determinandone il crollo. Magari domani si potrà contrattare tutto: livello di inquadramento, modalità previdenziale e contributiva, sostituto d’imposta, benefit personalizzati, avremo una sorta di lavoratore dipendente imprenditore di se stesso. Il formarsi di questa crepa è innanzitutto dovuto al mutato il contesto politico: è tramontata l’era delle ideologie, a seguire quella dei partitini di infinitesimo peso elettorale ed infinito peso politico, confluiti ora nel PD ora nel PDL per dare origine a due consistenti schieramenti di campo opposto. È rimasto ciò che Berlusconi, alle precedenti elezioni, aveva chiarissimo quando definì “c…” tutti quelli che non sposavano il suo programma politico. Ora bisogna ammettere che, con tre anni di anticipo, aveva già in mente ciò che si è realizzato alle ultime elezioni: la decisione di votare per uno o per l’altro candidato premier è stata guidata unicamente dall’interesse immediato e diretto che ogni elettore ha immaginato di poter trarre dal voto. Col precedente governo abbiamo sperimentato la totale immobilità sulle questioni di fondamentale importanza per il Paese, abbiamo avuto un aumento sconsiderato dei beni di prima necessità e un totale immobilismo sulla diminuzione della pressione fiscale, tutte cose altamente lesive delle sensibilità degli italiani. Il nuovo governo non ha tanto promesso di risolvere questi problemi, piuttosto ha promesso meno vincoli e maggiore libertà di azione individuale per superare questi problemi e tanto è bastato. Per quanto riguarda il sindacato, tralasciando per un momento il sindacato di base, alcuni punti di partenza più o meno condivisibili sono i seguenti: – le forze sindacali più organizzate ed incisive sono attualmente ripartite fra Cgil, Cisl e Uil; – l’attacco al sindacato, vista la natura del prossimo governo, sarà sempre più forte e determinato; – le possibilità di successo di alcune battaglie che vedano da un lato l’alleanza governo-confindustria e dall’altro i sindacati confederali aumentano vistosamente a favore dei primi; – i partiti storici di riferimento dei sindacati confederali sono scomparsi. Con questi presupposti è probabilmente impossibile non intraprendere un percorso di formazione di due nuove entità sindacali che abbiano come riferimento i maggiori schieramenti politici, il PD ed il PDL, pena la totale disfatta sul campo. Per altri versi è fortemente auspicabile questo percorso, perché le leggi sul lavoro si fanno in Parlamento e, se non si hanno i parlamentari pronti a sposare alcune posizioni sindacali, non si va lontani. Inoltre l’attuale modello organizzativo dei sindacati confederali ha bisogno di un radicale rinnovamento: ora è fortemente piramidale e “sovietico”, chi non è d’accordo viene facilmente e prontamente esiliato nella “siberia” dell’esclusione dalla vita attiva del sindacato. Ultima e forse più importante, è la questione della trasparenza della gestione economica dei sindacati confederali: ad oggi sono le uniche entità del Paese delle quali non si sa quanti soldi riescano e drenare e come li impieghino, per le quali non si conosce il numero di persone che ci lavora direttamente o indirettamente; tutto questo diventa, agli occhi dell’opinione pubblica, sempre più inaccettabile. Per quanto riguarda il sindacato di base si possono fare altre considerazioni: probabilmente è efficacissimo quando si tratta di discutere di aumenti in busta paga o di orari di lavoro, va meno bene quando si tratta di parlare di politiche del lavoro o di strategie di evoluzione che interessano tutti i lavoratori, dirigenti inclusi. Ma ciò che suona più strano, nel 2008, a oltre cento anni dall’uscita de Il Capitale, è il sentire ancora parlare di contrapposizione ideologica fra “dirigenti-padroni” e “lavoratori-proletari”.

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