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Considerazioni cinesi sul Tibet

13 Aprile 2008 alle 13:07

Mi trovo a Zhuhai da qualche tempo. Continuo a studiare la lingua e il weekend scorre lento nelle aule della scuola privata dove prendo lezioni sabato e domenica. L'insegnante e una giovane donna di Chengdu, giunta a Zhuhai con il marito dieci anni fa. Pranzo con lei nell'area relax della scuola, mentre arrivano gli studenti di giapponese per la lezione dell'una. La signora delle pulizie dice che un computer e stato rubato stanotte al secondo piano dell'edificio dove si trova la scuola. Alcuni ragazzi dello Xinjiang erano stati visti nei giorni scorsi passeggiare di fronte alla scuola. L'insegnante mi dice che i furti sono aumentati e cresceranno ancora. Gli autori sono molto spesso ragazzi e uomini di etnie minoritarie in Cina, originari di Xinjiang e Tibet. E' un problema, aggiunge, queste persone hanno il diritto di portare armi, coltelli. Il governo ha concesso loro tale privilegio nel rispetto delle tradizioni locali. Ma un coltello in una città turistica e mite come Zhuhai o nella stazione di Guangzhou, la più grande della Cina, finisce per servire altri scopi. Un conoscente è stato rapinato del cellulare qualche settimana fa. La ladra, tibetana, una volta fermata ha aperto la bocca mostrando una lama fra i denti. La polizia non ha fatto nulla, la donna aveva gia passato il cellulare a un complice. Il Tibet, mi dice l'insegnante, e una questione sociale prima che politica, e i cinesi provano rancore verso simili popolazioni per i privilegi loro accordati e per l'impossibilità di difendersi dal loro. Ma tutto ciò non si legge nei giornali stranieri, precisa. Infine mi chiede più volte cosa gli italiani pensino della Cina; chiede se siano più gentili di tedeschi e francesi, più amici della Cina, più miti e rispettosi.

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