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“La Francia odia il lavoro”. Ritratto di un paese bloccato secondo Pascal Bruckner

“Paghiamo il prezzo della nascita della prima generazione dedicata interamente al piacere e al consumo”, dice lo scrittore francese al Point

Per l’autore del libro “Une breve éternité”, la Francia è “il malato d’Europa”. Un paese che ha paura, dove i giovani sono già vecchi e si fa la rivoluzione per restare immobili.

 

Le Point: Diversi quotidiani tedeschi si sono detti sorpresi dal fatto che ci siano state manifestazioni oceaniche contro un progetto di cui non si conoscevano ancora i contenuti (il progetto di riforma delle pensioni è stato presentato dal premier francese Édouard Philippe l’11 dicembre scorso, ma le manifestazioni sono iniziate il 5, ndr). Il nostro paese, che “manifesta nel vuoto”, come titola la stampa tedesca, ha forse perso il senso della realtà?

 

Pascal Bruckner: La Francia, si sa, è il malato d’Europa. La follia prende piede in una nazione quando i suoi membri trasformano ogni minima avversità in una tragedia. Da questo punto di vista, il nostro paese dà prova di essere stabilmente irragionevole. Ricordiamoci di quando Bourdieu, come Sartre prima di lui, salì su un barile per protestare contro il progetto di riforma di Juppé esclamando: “E’ la fine della civiltà”. Assistiamo alla stessa situazione. Anzi, si può dire che con i gilet gialli il tasso di irragionevolezza sia addirittura aumentato. Macron doveva essere il nostro guaritore. Sembra invece essere colui che ne accelera i sintomi. Con lui, la rabbia è dieci volte più acuta, e aumenta fino alla maledizione. Eppure molti paesi europei hanno portato a termine la loro riforma delle pensioni: la Russia a 65 anni, la Germania a 67, e anche il Belgio a 67 a partire da gennaio, e non stanno peggio di prima. Ma noi francesi siamo troppo speciali per accettare le stesse misure: meglio abbandonarsi al piacere di maledire questa società fino alla nausea e tirar fuori nuovamente l’autoproclamata artiglieria pesante “antifascista”, sempre utile quando si è senza argomenti (…). In ogni intervista, è il culto del piagnisteo a dominare, il conformismo della sofferenza. Soffro, dunque valgo, soffro, dunque qualcuno è responsabile. Invece di concorrere nell’eccellenza, uomini e donne concorrono nell’ostentazione delle loro disgrazie, vantandosi nel descrivere i terribili tormenti di cui sarebbero vittime se questa riforma passasse (…). Quando i francesi invocano la rivolta, va intesa come elogio dei diritti acquisiti, odio del cambiamento, anche se minimo. È questa la Francia contemporanea: servile e indignata, indocile e ossequiosa, desiderosa di rovesciare un governo cui ha chiesto di tutto, tra l’altro, considerando lo stato come un’infermiera, una mater dolorosa incaricata di guarire le ferite.

 

Le Point: Cosa ci dice tutto ciò del rapporto che ha il nostro paese nei confronti del lavoro? Questo termine, in Francia, non è forse considerato oggi nel suo senso etimologico di “tortura”?

 

Pascal Bruckner: Sembrerebbe di sì. A ogni stagione, ci aspettiamo le assenze per malattia – tranne l’estate, perché le vacanze sono sacre da noi – nelle stazioni, nei trasporti pubblici, negli aeroporti, nello stesso modo in cui si aspetta l’autunno, con un misto di fatalismo e di entusiasmo. C’è l’angoscia, ma anche un’impazienza da bambini viziati in questa routine della fronda. E’ una commedia, una sceneggiatura ben nota da una parte e dall’altra, dove le battute sono già scritte in anticipo. Questo odio francese nei confronti del lavoro si alimenta da tre fonti. Quella cattolica: il lavoro è il salario del peccato, solo la preghiera è grande. Quella aristocratica: il lavoro è riservato ai servi e al popolino, la nobiltà pratica la caccia e fa la guerra. Quella anticapitalistica: il lavoro salariato è il prolungamento dello schiavismo attraverso altri mezzi. Spontaneamente, criminalizziamo l’attività, alla quale opponiamo il girovagare, lo svago. “Che bella giornata! Peccato che debba regalarla al mio capo!”. Ma il lavoro è il solo in grado di formarci trasformando il mondo: non è soltanto sofferenza, tirannia dell’orologio, ci lega agli altri, ci regala la soddisfazione del dovere compiuto, ci rende utili. Ciò che sta sparendo, è l’amore per l’opera ben fatta che hanno gli artigiani, è la visione classica del labor come paziente maturazione e cooperazione armoniosa con il tempo per migliorarsi nella propria disciplina. Al posto di tutto questo, predomina l’idea del lavoro come di un qualcosa di cui bisogna liberarsi il prima possibile alla stregua di un oggetto da gettare via, lavoretti che si accettano o si abbandonano senza sentimenti come se il lavoro fosse diventato un allegato dell’esistenza.

 

Le Point: Si ha la sensazione che le generazioni precedenti, che lavoravano molto, e senza pensare per forza alle loro pensioni, amassero di più il lavoro che facevano, e ne andassero fieri. Questo lavoro produceva tra l’altro una certa cultura, operaia, per esempio. È il lavoro che è cambiato, o sono i francesi a essere cambiati?

 

Pascal Bruckner: La costituzione di un’intera generazione dedita al piacere, concentrata esclusivamente sul consumismo, è una catastrofe realizzata in nome delle migliori intenzioni all’indomani della Seconda guerra mondiale (…). La fine obbligatoria dell’attività, a partire dalla sessantina, ci getta nella maledizione dello svago assoluto, come se intere popolazioni di anziani fossero nuovamente immerse nell’universo infantile dei parchi d’attrazione (…). La verità di una vita appagante risiede nella fatica, che fortifica, e non nel riposo, che indebolisce”.

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