Foto Imagoeconomica

Parlano gli assessori al Lavoro

Le regioni lamentano la vaghezza di Di Maio sul reddito di cittadinanza

Valerio Valentini

Mancano chiarezza, soldi e personale. Non c’è tempo per la riforma dei centri per l’impiego. “E’ impossibile partire a marzo”. Le contraddizioni del governo

Roma. “Lo ha detto davvero?”. Elena Donazzan, assessore al Lavoro del Veneto, non era davanti alla tv, giovedì sera. Ma quando le si racconta dell’intervista di Luigi Di Maio a Corrado Formigli quasi non ci crede. “Cioè: il ministro ha detto che ha già ordinato di stampare cinque o sei milioni di tessere per il reddito di cittadinanza?”. Proprio così. “Ma cinque o sei?”, insiste la Donazzan. Eh, vai a sapere. Roberto Cifarelli, che assessore al Lavoro lo è in Basilicata, fa ammissione di colpa: “Sarò io deficiente, ma che cosa sia questo reddito di cittadinanza, nel dettaglio, non l’ho mica capito”. Vabbè, il dettaglio. “Guardate che quelle che a voi sembrano sfumature diverse nelle varie affermazioni dei vari ministri, per noi comportano differenze strutturali”, spiega Alessia Rosolen, dal Friuli Venezia Giulia. E insomma basta poco per capire che il senso di vertigine che si avverte nell’inseguire le dichiarazioni di giornata dei grillini di governo governo intorno al loro provvedimento più amato, è lo stesso che deve provare anche chi, dal nord al sud dell’Italia, è chiamato a riformare quello che sarà lo snodo centrale, a quanto pare, del programma: e cioè i centri per l’impiego, di competenza regionale. “Se è possibile ristrutturali da qui a marzo? Al ministro rispondo con un secco no. Qui in Puglia – dice Sebastiano Leo – resteranno grosso modo come sono”. E cioè? “E cioè pochi, con poco personale, e un organico sempre meno qualificato. E i dipendenti sono per lo più in età da pensionamento”. Ce ne sono ottomila, in tutta Italia. Di Maio ne promette il doppio. “Ma restiamo comunque ben al di sotto dei 110 mila impiegati nei Jobcenter tedeschi”. Giovanni Berrino è assessore al Lavoro nella giunta ligure di Giovanni Toti. E mette giù qualche numero.

 

“Nella nostra regione – dice Berrino – abbiamo 150 dipendenti nei centri per l’impiego. Col reddito di cittadinanza, se tutto va come previsto, grazie al miliardo stanziato dal governo saliremo fino a 240”. Basteranno? “Se si vuole un serio accompagnamento delle persone in difficoltà verso l’ingresso nel mercato del lavoro, allora direi che ciascun formatore non potrà seguire, al massimo, più di cento persone. In Liguria ipotizziamo una platea potenziale di 35 mila fruitori del reddito: quindi saremmo già sotto di oltre cento persone”. E allora? “Io dico che l’erogazione del reddito partirà prima della riforma effettiva dei centri per l’impiego”. Ma sarebbe un sussidio a tutti gli effetti. “E io infatti sono molto preoccupato”. E poi, scusi: il viceministro all’Economia Laura Castelli è stata categorica: “Non può partire il reddito prima della riforma dei centri per l’impiego”. Berrino non arretra: “Noi stiamo ancora attuando il potenziamento previsto dal Rei. Con così poco tempo davanti a noi, rischiamo di crollare sotto il peso di una riforma troppo gravosa”.

 

Sono, grosso modo, le stesse perplessità covate anche da Patrizio Bianchi, assessore in Emilia-Romagna. “Abbiamo impiegato due anni solo per completare il trasferimento dei centri per l’impiego dalle province alla regione. Pensare di mettere in piedi una struttura così complessa com’è quella che s’ipotizza, e farlo così in fretta, è francamente improponibile”. Questione di tempi, innanzitutto. “Ora che si è optato per un collegato alla legge di Bilancio, vuol dire che il testo del provvedimento non lo avremo prima di gennaio. E dovremmo riformare i centri per l’impiego in due mesi? Dal punto di vista organizzativo mi sembra tutto molto improbabile”. E questione, però, anche di chiarezza. “Se non c’è certezza del diritto – conclude Bianchi – si finisce col parlare a vanvera”.

 

Anche perché, oltre al gioco d’incastri normativo, le incognite sono anche di tipo contabile. Spiega, da Trieste, la Rosolen: “Noi abbiamo già una nostra misura d’inclusione attiva, per la quale abbiamo iscritto nel bilancio del 2019 più di 30 milioni. Se il governo decide che chi entra nel programma nazionale del reddito di cittadinanza dovrà abbandonare quello regionale, allora quelle risorse si liberano. Altrimenti no”.

 

Giovanna Pentenero, assessore in Piemonte, lamenta anche “la mancanza di indicazioni sulla definizione della politica attiva. Se il reddito di cittadinanza – prosegue – non va inteso come un sussidio, allora è arrivato il momento che il ministro Di Maio ci dica cosa dobbiamo offrire ai cittadini al di là dei 780 euro”. “E poi – rilancia Giovanni Lolli, dall’Abruzzo – serve la garanzia che i soldi promessi per il centro per l’impiego siano risorse strutturali. Bisogna assumere persone in modo stabile, per poter formare innanzitutto i formatori”. “Esatto”, concorda Cristina Grieco, toscana. “Come facciamo a decidere il nuovo profilo dell’operatore dei centri per l’impiego, se ancora non sappiamo nulla?”. “Serve un concorso per nuove assunzioni: e le regioni, senza una deroga ad hoc, non possono farlo”, riprende Lolli. Ma su tutto ciò, chiosa la Pentenero, “indicazioni chiare ancora non ce ne sono”.

 

Così come non ci sono neppure sulla definizione della platea. “Non si capisce affatto come dovremo individuare i beneficiari”, spiega la Donazzan. La quale, con orgoglio veneto, assicura che “noi siamo pronti, come sempre”. Poi però si ferma e chiede: “Ma pronti a far cosa? Di Maio ancora non ce l’ha detto. Non ci ha detto, ad esempio, come si dovrà procedere per la certificazione dei requisiti dei beneficiari”. La Castelli ha spiegato che “sarà lo stato a venire dai cittadini e prendergli la mano”. “Eh, stiamo freschi. E poi, scusate, ma Conte ...”. Sì, il premier ha detto, sei giorni dopo, che “saranno i cittadini a farsi avanti e fare richiesta. Noi non andiamo a cercare nessuno”. Solo che poi, giovedì, Di Maio ha smentito la smentita, ribadendo che “saremo noi a contattare le persone”. Al che la Donazzan alza le mani: “Mi arrendo. Spero solo che il tutto non si risolva in un incentivo alla pigrizia”.

 

Ma Di Maio, che pure a metà ottobre a Bruno Vespa garantiva che “è con la regioni che bisogna fare questo lavoro”, possibile che non abbia ancora illustrato ai vari assessori i dettagli della riforma? “Sul reddito di cittadinanza non abbiamo avuto alcun incontro col ministro, ma abbiamo fatto tre riunioni sulla situazione dei centri per l’impiego”, racconta Sonia Palmeri, nel suo ufficio di Napoli. E ci garantisce che sono state “tutte e tre stimolanti, molto cordiali, compresa l’ultima, a metà ottobre. Ma più che altro motivazionali: faremo, vi ascolteremo, marceremo compatti. Benissimo. Ora però non possiamo più aspettare: i centri per l’impiego hanno bisogno di azioni serie e puntuali. Sento una narrazione abbastanza lontana dalla realtà. Nei 400 tavoli di crisi aziendali aperti, in Campania, vedo situazioni drammatiche. E poi ci sono adolescenti descolarizzati, ragazze madri, cinquantenni rimasti senza lavoro e di certo non al passo con le ultime novità tecnologiche. Quando ascolto Di Maio parlare in tv di tablet, di app, di portali internet, penso che forse il ministro farebbe bene a visitare non solo la Germania, quando vuole farsi un’idea su come riformare i centri per l’impiego. Forse farebbe bene a farsi un giro anche nella sua Campania, per guardare negli occhi i suoi concittadini che cercano un lavoro”.

 

E, alla fine, un dubbio su tutti. Lo esprime in modo garbato la Grieco, quando dice: “Non vorrei che, indicando obiettivi troppo ambiziosi, si arrivi poi al solito scaricabarile”. E lo ripete, in modo più chiaro, Berrino: “Spero solo che alla fine non si attribuisca alle regione la colpa di fare ostruzionismo, per giustificare i ritardi e le storture di una riforma ancora molto vaga”.

Di più su questi argomenti: