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Sympathy for the devil. Così Manson è diventato un'icona

Il leader della Family è morto all'età di 83 anni. Nel 1969 spinse i membri della sua “setta” a compiere una serie di crimini tra cui l'omicidio di Sharon Tate. La sua figura ha sempre generato più fascino che repulsione

20 Novembre 2017 alle 16:10

Simpaty for the devil. Così Manson è diventato un'icona

Charles Manson nel 1970 (foto LaPresse)

Nel 2012 Scott A. Bonn, esperto di serial killer e assistente professore di sociologia presso la Drew University, parlando all'edizione americana dell'Huffington Post, disse che Charles Manson non era un “serial killer” ma piuttosto un individuo “affascinante e infame”. Charles Manson è morto questa notte, all'età di 83 anni, nella prigione dove stava scontando l'ergastolo. 

Volendogli attribuire una “definizione” no, Charles Manson non è un serial killer. Infatti, nonostante abbia trascorso la maggior parte della propria vita in carcere, non ha mai ucciso nessuno. Ciò nonostante, con il suo carisma, avrebbe controllato la mente dei suoi “adepti” convincendoli a compiere efferati omicidi. Insomma, i seguaci di Manson, nell'uccidere, agivano come “un'estensione” dell'uomo che li aveva plasmati.

 

Forse anche questo ha contribuito a trasformare Manson in un'icona. Un personaggio da indagare, scoprire, capire. Un esempio chiaro del fascino che il male esercita su ciascuno di noi. A Manson sono state dedicate copertine di celebri riviste, libri, film, serie tv (l'ultima, “Aquarius”, datata 2015). In molti ne hanno raccontato la vita, le provocazioni, hanno cercato di capire cosa lo avesse spinto ad ordinare la strage che era costata la vita all'attrice Sharon Tate (all'epoca moglie, incinta, del regista Roman Polanski). Semplice follia? O piuttosto il frutto di una cultura che si era lasciata incuriosire dall'esoterismo, dai riti occulti e dalla figura del Diavolo?  

 

 

Di certo c'è che Manson contribuì alla leggenda dell'“Album bianco” dei Beatles, quello che secondo alcuni rivela il “lato oscuro” della band. Quello all'interno del quale, diceva, era nascosto il messaggio, rivolto a lui e alla sua Family, a prepararsi alla guerra razziale. Ma Manson fu anche legato ai Beach Boys e in particolare a Dennis Wilson che riadattò una sua canzone per l'album 20/20. Un altro suo brano, Look at your game, girl, verrà ripreso anni dopo dai Guns N' Roses. Senza contare che Marylin Manson deve parte del suo nome proprio a quel musicista fallito che, è un'altra interpretazione del suo comportamento, sfogò la propria delusione e si vendicò, uccidendoli, di chi non aveva capito il suo talento.

 

Lo scorso luglio Hollywood Reporter ha scritto che l'ultimo film di Quentin Tarantino sarà dedicato a Manson e agli omicidi della Family. Il progetto, spiegava il sito, avrebbe coinvolto anche Harvey e Bob Weinstein, già produttori delle precedenti opere del regista. In realtà il film non dovrebbe essere incentrato sulla figura di Manson che, come accaduto in Bastardi senza gloria con Hitler, potrebbe comparire ma solo in poche scene. Di certo c'è che, nel frattempo, Tarantino ha abbandonato Weinstein, finito nel tritacarne per le numerose accuse di molestie sessuali, e ha siglato un accordo con la Sony. Il male ci affascina è vero, ma non tutto il male è politicamente corretto. Meglio parlare di un killer di 40 anni fa che fare con un porco di oggi.  

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