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Quelli che bloccano Milano: il M5s, i Nimby, il Mibac e Piazza d’Armi

Il vincolo paesaggistico imposto da Bonisoli ha paralizzato il piano di riqualificazione della caserma dismessa 

2 Giugno 2019 alle 06:00

Quelli che bloccano Milano: il M5s, i Nimby, il Mibac e Piazza d’Armi

Uno dei manifesti dei comitati di difesa di Piazza d'Armi (Foto LaPresse)

Chi diffida del modello Milano, capace di comporre interessi pubblici e privati, esigenze sociali e popolari e ruolo della grande economia, chi insomma sta fermo con la logica del No incorporata, ha vissuto un momento di eccitazione osservando l’impasse in cui è venuta a trovarsi Piazza D’Armi, un’area in procinto di muoversi. Un corto circuito determinato dal vincolo paesaggistico imposto dal Mibac che non solo ha paralizzato il piano di riqualificazione ma ha fatto deflagrare il rapporto tra Comune e ministero dei Beni culturali, già teso per il pasticcio dei vincoli su Monte Stella e QT8. In ballo c’è la dismessa caserma di Baggio, oltre 416 mila mq – uno spazio pari a Parco Sempione – che il ministero della Difesa ha ceduto per 60 milioni a Invimit, una società di gestione del risparmio del ministero dell’Economia e delle Finanze, affinché la valorizzasse. Compito non dei più facili, considerata l’ubicazione del sito, tant’è che un bando fatto quasi su misura per l’Inter, che aveva manifestato la volontà di trasferire la Pinetina in città, andò deserto.

 

Perché l’operazione possa decollare occorre definire la destinazione di quei 70 mila mq occupati dagli ex magazzini. Per il Comune su quel sedime si può costruire, seppure riducendo l’indice edificatorio (sceso dal 1 del piano Masseroli allo 0,70 del Pgt De Cesaris sino al possibile 0.35 cui potrebbe arrivare con il Pgt Maran). Nel resto dell’area verrebbe realizzato un parco e le urbanizzazioni necessarie grazie ai 40 milioni di oneri generati dalle nuove costruzioni. Più interventista si mostra il Municipio 7, targato centrodestra, che chiede l’introduzione nello spazio verde: 2 o 3 piccoli impianti sportivi in accordo con il Coni e la realizzazione del Bosco della vita, un progetto che prevede la piantumazione di un albero per ogni bambino nato in quartiere. Sul fronte opposto ci sono le associazioni ambientaliste che chiedono un progetto “a difesa della biodiversità”: la prima richiesta di vincolo dell’associazione Le Giardiniere, un agguerrito comitato di cittadini, è del 2015, due anni dopo è il Fai che presenta in Soprintendenza la richiesta di vincolo paesaggistico. La procedura standard che da poi agio alla direzione del Mibac di edittare i suoi Niet.

 

Lo scorso marzo l’assessore all’Urbanistica Pierfrancesco Maran apre al dialogo con le associazioni ambientaliste Legambiente, WWF, Fai, Italia Nostra, Lipu, Giardiniere al fine di individuare un progetto di gestione. Intanto si cercano possibili investitori e, visto il disinteresse di quelli privati, Invimit prova con quelli istituzionali.  La situazione precipita la settimana scorsa, con la decisione del Mibac di porre un avvio di procedimento di vincolo, con il Comune che accusa Roma di avere deciso senza un confronto con Milano e, ancora peggio, in contrasto con gli interessi della città. Ad inasprire le polemiche c’è il fatto che il pronunciamento romano arriva a soli quattro giorni dal voto europeo. Per Palazzo Marino la sortita di Bonisoli rischia di produrre un secondo “caso Marchiondi”. Anche in questo caso un ex istituto minorile dismesso ma di maggiore pregio rispetto a Piazza D’Armi (è un importante esempio di architettura neobrutalista, ha visto frustrati i tentativi di riqualificazione dopo il vincolo arrivato nel 2008 anche grazie alla campagna promossa da Vittorio Sgarbi. Il Politecnico, cui è stato affidato il recupero, ha gettato la spugna dopo avere constatato che i costi non sono i 10 milioni previsti ma 25. Oggi l’ex Marchiondi è del tutto abbandonato e versa in uno stato di degrado.

 

La chiave per capire l’esito cui si è giunti è politica, Il M5s, unico tra la forze politiche, ha sposato le posizioni dell’ambientalismo più radicale operando su due piani. Promuovendone la causa a livello istituzionale, portando al Parlamento europeo la petizione firmata dal Comitato dei cittadini di Piazza d’Armi: a chiederne e ottenerne la discussione lo scorso 22 gennaio è stata l’europarlamentare del M5s Eleonora Evi. Ad aprile, la commissione Petizioni del Europarlamento ha inviato una lettera a Sala e al presidente Fontana per chiedere spiegazioni. Anche in Regione i grillini si sono mossi chiedendo un vincolo paesaggistico totale. Ma l’azione più efficace si è svolta sulla strada più strettamente politica: favorendo i contatti tra i comitati e il ministero guidato dal pentastellato Alberto Bonisoli e dal direttore generale Gino Famiglietti: da questi ultimi è stato deciso il vincolo arrivato, tra l’altro, sulla testa non solo del Comune ma anche della Soprintendenza. Adesso due sono le vie d’uscita. Gli ambientalisti presenteranno entro il 15 luglio un’osservazione al Pgt in cui si chiederà di salvaguardare il verde al 100 per cento e un progetto di riutilizzo degli ex magazzini. Maran pensa, invece, ad uno scambio di volumetrie con il vicino San Carlo, in considerazione che l’ospedale è in via di dismissione. C’è anche la possibilità di un passo indietro di Bonisoli, nei prossimi giorni Sala cercherà di convincerlo.

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