Alessandro Morelli (foto LaPresse)

Morelli, l'agit-prop leghista di Salvini contro Sala è a rischio autogol

Daniele Bonecchi

Leghista di lungo corso, già direttore di Radio Padania (ora presidente della commissione Trasporti della Camera, ma anche consigliere comunale a Milano) è un mastino ma rischia di ottenere l’effetto opposto

 

Quando Matteo Salvini aveva ancora i calzoni corti ma era già consigliere comunale, si fece le ossa facendo l’agit-prop leghista metropolitano a tempo pieno. Sono in molti a credere che quella volpe di Matteo Salvini abbia fatto la scelta giusta. Essendo sveglio, si fece la sua base di fedelissimi e fece carriera. Ora che ha altro da fare, ma vuole conquistare Milano, per portarsi avanti ha pensato di mettere all’opera una testa di legno per dare un po’ di zuccate a Palazzo Marino: prima di mettere in campo il vero candidato, buono per i quartieri popolari ma anche per la Milano dei danée, della ricerca e delle Piccole medie imprese.

 

La testa di legno fatta apposta per lavorare ai fianchi Beppe Sala si chiama Alessandro Morelli, e in tanti si domandano se sia una mossa geniale, o un possibile autogol. Leghista di lungo corso, già direttore di Radio Padania (ora presidente della commissione Trasporti della Camera, ma anche consigliere comunale a Milano) Morelli non è esattamente un re della dialettica politica e nemmeno un profilo di amministratore come Attilio Fontana (tutt’altra pasta). E’ un mastino ma rischia di ottenere l’effetto opposto.

 

Ad esempio l’ultima boutade gli è costata una querela del primo cittadino, quando, sulla vicenda del possibile ingresso dei sauditi nella Fondazione del Teatro alla Scala, dopo la decisione del cda di restituire all’Arabia Saudita i 3 milioni di euro preventivamente depositati, a mo’ di pokeristico cip, Morelli aveva scritto sui social che Beppe Sala “chiedeva silenzio perché aveva le mani nella marmellata”. Il sindaco è uno dei bersagli preferiti di Morelli, ma questa volta se l’è presa a male. Ma lui insiste, e ha chiesto di poter visionare i verbali degli ultimi cda della Scala: gli hanno risposto con un bel “non si può”. Gli piacciono i gesti eclatanti, ma spesso va a sbattere. Tutti ricordano il tuffo nella Darsena, per contestare la giunta Pisapia su un problema non particolarmente fondamentale, ovvero la richiesta di rendere balneabile l’acqua del “porto di Milano”. Si beccò, con altri, un multone da mille euro per violazione dell’articolo 1.164 del Codice della navigazione da parte dell’allora assessore alla Sicurezza Carmela Rozza. Si lamentò per la cifra, il Morelli: “Una multa da oltre mille euro è una ripicca dal punto di vista politico”, e alla fine se la cavò con uno scappellotto da cento euro.

 

 

Conosciuto a Milano più come gaffeur che per la statura politica, ha frequentato a lungo i banchi del Comune raccogliendo magri successi. Come assessore all’Identità territoriale della giunta Moratti aveva inventato il merchandising a marchio Milano, dalle magliette ai gadget, senza fare i conti col made in China. Infatti tutti i prodotti (tranne i panettoni) risultavano rigorosamente fabbricati nell’odiato oriente. Più di recente, in perfetto stile sovranista, ha firmato la proposta di legge che vuole almeno un terzo della programmazione delle radio dedicata alle canzoni italiane, “opera di autori e di artisti italiani e incisa e prodotta in Italia”. Il maestro Giovanni Danzi, padano antemarcia, da lassù, protetto dalla sua Madonnina, guarda giù sgomento. 

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