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Cosa unisce la Brexit a Milano

Ema e gli “affaroni” finanziari sfumati. Ma il rapporto con Londra è troppo forte per saltare

27 Gennaio 2019 alle 06:07

Cosa unisce la Brexit a Milano

Foto LaPresse

Brexit addio o forse no. Oggi si potrebbe parlare di no Brexit. Ma se sul Regno Unito la nebbia è fitta, parlare di post Brexit in Italia può apparire avventato. Ma a Milano – anche se con gli ovvii margini di incertezza, come ci spiega il professor Italo Colantone, del dipartimento di Scienze sociali e politiche della Bocconi, che segue il tema da vicino – qualche cosa si può dire. Perché dopo la batosta dell’Ema (Agenzia Europea del Farmaco) scippata da Amsterdam, quella dell’Eba (European Banking Authority), che andrà a Parigi, il Galileo Satellite System (sistema di posizionamento e  navigazione satellitare civile) in viaggio verso Madrid, ora le nuove turbolenze di una Brexit senza sbocco hanno riacceso per un attimo le speranze di riportare l’Ema a Milano. Speranze subito spente da Guido Rasi, il direttore esecutivo dell’Agenzia europea, che ha spiegato: “Il ‘trasloco’ dell’Agenzia europea del farmaco sta procedendo secondo pianificazione, la logistica non è in ritardo nemmeno di un minuto. Ho formalmente avuto in consegna il temporary building ad Amsterdam”. E ancora: “Qualsiasi cosa si decida (sulla Brexit ndr), una legge europea ha stabilito che la nostra sede sarà ad Amsterdam, bisognerebbe rifare un’altra legge per spostarla altrove… Una buona parte dello staff ha già comprato casa, 90 bambini già vanno a scuola e i partner dei nostri dipendenti stanno trovando lavoro con discreta facilità”.

  

Qualcosa d’altro però si muove. E’ il caso di Deutsche Bank che con l’avvicinarsi della scadenza stabilita per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, nonostante le turbolenze, sta avanzando nel riassetto interno che su oltre ottomila dipendenti ‘inglesi’ dovrebbe interessare complessivamente alcune centinaia di persone. L’operazione prevede anche un aumento dell’investimento su Milano, attualmente secondo polo di DB nell’area euro con circa 4.000 dipendenti. Anche se il quartier generale della banca sarà a Francoforte. “Brexit o non Brexit, per chi fa il mio mestiere Londra rimane la piazza finanziaria per eccellenza”, spiega Ciro Mongillo Ceo di EOS  Investment Management – società inglese di fondi con focus su energie rinnovabili, infrastrutture e private equity. “Ma per le Pmi nel settore metalmeccanico e delle manifatture Milano e la Lombardia sono il cuore pulsante, con o senza Brexit. Il nostro intento è di intercettare investitori internazionali interessati al nostro paese, così da Londra possiamo operare con efficacia. Siamo a caccia di capitali da investire”. E a Milano EOS ha aperto un ufficio con una ventina di persone. “Perché Milano si consolida come una delle realtà più interessanti d’Europa, un polo in grado di attrarre investimenti e realtà produttive”, conclude Mongillo.

 

E con o senza Brexit il giro di affari che lega Milano, la Lombardia al Regno Unito è vorticoso: 6,7 miliardi nei primi nove mesi del 2018, il 26,3 per cento del totale italiano, di cui 3,8 miliardi di export e 2,8 di import. Milano con 2,5 miliardi di scambi guida la classifica regionale. Macchinari e mezzi di trasporto i prodotti più esportati, nell’import spiccano invece i prodotti farmaceutici e chimici. Il Regno Unito è il sesto partner commerciale lombardo per l’intero settore manifatturiero. L’interscambio italiano con il Regno Unito supera i 25 miliardi di euro, 17 miliardi di export e 8 di import. Lombardia prima regione sia per importazioni (35% del totale) che per esportazioni (22,3%), seguita da Emilia Romagna e Veneto per export (rispettivamente 18,3% e 15,4%), Toscana (14%) e Lazio (12,1%) per import. Per le imprese attive all’estero le conseguenze per la Brexit (secondo un sondaggio di Promos – Camera di Commercio) ci saranno per quasi la metà ma saranno ridotte. Le conseguenze, secondo le circa 500 imprese che operano con l’estero non saranno rilevanti per la maggioranza degli operatori. C’è però il 40% di chi ha risposto al questionario che si aspetta un calo comunque contenuto e in genere inferiore al 10% del proprio business estero, come conseguenza dei diversi rapporti con le imprese britanniche. Anche se, a giudizio del professor Colantone, con una soluzione restrittiva della Brexit “potrebbe esserci un effetto negativo nel mercato di sbocco, dove perderemmo opportunità”. Ma che fine faranno le attività finanziare allocate in grande misura a Londra? “Fino ad oggi non ho registrato un flusso significativo su Milano: meglio Francoforte o Parigi. Lo vedo anche coi miei studenti che si laureano in finanza. Prima andavano tutti a Londra, ora dopo lo stage vengono mandati a Parigi, Francoforte, Amsterdam. Possiamo puntare su un riposizionamento su Milano residuale, in futuro”, spiega il professore bocconiano. “Ma dal punto di vista del ricollocarsi degli investimenti, potremmo ricavarne un vantaggio più sostenuto. Soprattutto nei settori già forti come il farmaceutico e l’automotive. C’è la possibilità concreta che alcuni grandi gruppi vengano a produrre in Italia, uno dei settori potenzialmente interessati potrebbe essere anche quello farmaceutico, perché in Lombardia c’è già un distretto forte e strutturato”. Senza dimenticare lo stellone nazionale che potrebbe affacciarsi su Milano, perché “L’incertezza paradossalmente è una risorsa. Chi, da altri continenti, decida di investire in Europa, in questo momento, eviterebbe il Regno Unito e potrebbe privilegiare proprio l’Italia, il Nord e Milano”, conclude Colantone.

Daniele Bonecchi

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