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Perché Banco Bpm fa fatica a pensare al terzo polo caldeggiato dal M5s

Il sottosegretario pentastellato alla presidenza del Consiglio si è fatto portavoce dell’idea di promuovere un processo di consolidamento nel settore del credito

26 Gennaio 2019 alle 06:07

Perché Banco Bpm fa fatica a pensare al terzo polo caldeggiato dal M5s

Stefano Buffagni (foto Imagoeconomica)

Ci sono almeno tre buoni motivi per i quali è almeno improbabile che Giuseppe Castagna, amministratore delegato di Banco Bpm e un passato in Intesa Sanpaolo a capo, tra l’altro, delle banche dei territori (è stato anche direttore generale del Banco di Napoli), decida di sedersi al tavolo con il governo per partecipare alla costituzione di un terzo polo bancario. L’ipotesi di dar vita a una nuova aggregazione domestica che possa salvaguardare alcune situazioni critiche, come Carige e Mps, è stata caldeggiata nei giorni scorsi dal sottosegretario pentastellato alla presidenza del Consiglio, Stefano Buffagni. Dimenticandosi dell’ostilità che il Movimento ha sempre mostrato nei confronti delle banche (“il male assoluto”), Buffagni si è fatto portavoce dell’idea di promuovere un processo di consolidamento nel settore del credito sotto la regia di Palazzo Chigi.

 

In questo scenario ipotetico, il nome della ex Popolare di Milano (diventata Banco Bpm dopo la trasformazione in spa e la fusione con il Banco Popolare) è emerso più volte – insieme con quello di un’altra banca lombarda, Ubi guidata da Victor Massiah – come possibile elemento di aggregazione di interessi bancari che vanno dal centro-sud al nord. Un’ipotesi sicuramente affascinante per Castagna, classe 1959, napoletano doc, reduce da quella che molti consideravano una mission impossible: fondere la storica banca meneghina con il Banco di Pierfrancesco Saviotti, con radici nel nordest ed esteso nel lodigiano – cogliendo l’opportunità della riforma delle popolari per far nascere un nuovo soggetto radicato soprattutto in Lombardia, Piemonte e Veneto. L’operazione, durata due anni, non è stata esente da costi sociali (degli oltre 2.200 sportelli che erano la somma delle due realtà ne sono stati soppressi circa 400), ma ha messo in luce la capacità di Castagna di sovrintendere a un processo complesso. Così qualcuno a Roma deve aver pensato al Banco Bpm per far partire un nuovo risiko, tralasciando, come evidenzia Fabrizio Bernardi, analista finanziario del gruppo internazionale Fidentiis, che quello attuale “è il peggior momento di mercato per operazioni di fusione nel settore bancario, che è stato messo sotto pressione dallo spread alto e dalla stretta sui crediti deteriorati da parte della Bce”. Ma pur volendo escludere questo aspetto, la sensazione diffusa tra gli analisti finanziari è che difficilmente la banca milanese accetterebbe di entrare in gioco in questa fase, pur ritenendo che in futuro “ci sia ancora spazio per un consolidamento del sistema”, come il suo amministratore delegato ha dichiarato in una recente intervista al Messaggero.

 

La prima ragione di un possibile “no” al terzo polo, così come ipotizzato dal sottosegretario Buffagni, è di carattere finanziario. “In Italia si fanno sempre i conti senza l’oste – dice Bernardi – Le fusioni tra banche costano e se il governo vuole favorire simili processi dovrebbe mettere a disposizione una dotazione finanziaria come è stato fatto dall’esecutivo precedente per le banche venete quando sono state cedute a Intesa Sanpaolo. L’operazione più problematica da sostenere per Banco Bpm sarebbe con Mps per via delle dimensioni e poi non vedo come la posizione geografica potrebbe consentire sinergie di tipo territoriale tra Milano e Siena”. Secondo Bernardi, bisogna poi affrontare un secondo problema: “Qualsiasi ipotesi di aggregazione dovrebbe passare attraverso l’assemblea straordinaria degli azionisti, che nel caso della banca milanese esprime un azionariato diffuso con investitori istituzionali, soprattutto esteri, particolarmente sensibili alle prospettive di redditività futura”, dice l’analista. In effetti, oggi Banco Bpm è una vera public company, il maggior socio (il gruppo di investimenti inglese Invesco) risulta avere poco più del 5 per cento. Tutti gli altri (Blackrock, Norges Bank, Mediolanum, Vanguard Gruop, Capital Group, solo per citare i più noti) hanno quote ancora più piccole. Difficile immaginare che questi soggetti approvino un’operazione di sistema all’italiana, ammesso che la Bce, che ha voce in capitolo in questi casi, dia la sua previa approvazione. E veniamo, infine, alla terza ragione: i crediti in sofferenza che il sistema bancario italiano deve ancora smaltire, nonostante il 2018 si sia chiuso con operazioni per un’ottantina di miliardi. “Banco Bpm sta ancora assorbendo gli effetti della vendita di 7 miliardi di crediti annunciata lo scorso anno e che farà sentire i suoi effetti sul bilancio 2018 – chiarisce Bernardi – ha fatto molto bene a procedere in questo senso ma resta ancora da fare prima di consolidare i requisiti di solidità patrimoniale richiesti dalla vigilanza europea. Gli istituti con cui dovrebbe fondersi Bpm versano in situazioni anche peggiori. L’unica alternativa è che, come è stato per le venete, sia una società pubblica come la Sga a farsi carico dei crediti deteriorati, ma questo, come sappiamo ha un costo”.  

Mariarosaria Marchesano

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