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Così la scienza incenerisce i “no termo”

Lo scontro sui termovalorizzatori nel governo Lega-M5s e l'idea (sbagliata) che la raccolta differenziata sia l’alternativa. Stefano Consonni del Politecnico di Milano spiega dati, sistema lombardo e idee del centro studi MatER

22 Novembre 2018 alle 14:15

Così la scienza incenerisce i “no termo”

Inceneritore e termovalorizzatore A2A di Brescia, pannello comandi in centrale operativa

Il dubbio resta. Lo scontro sui termovalorizzatori è la nascita dei no termo (un po’ come i no vax e i no tav) o più semplicemente l’iniziativa “vintage” dell’allegra brigata Di Maio-Casaleggio per recuperare il terreno elettorale perduto su un Salvini quotidianamente all’attacco? Il dubbio resta, ma la Lombardia che crede ai fatti più che alle parole va avanti. Coi suoi termovalorizzatori che macinano rifiuti (il 34 per cento di tutta Italia) e distribuiscono calore a Milano e Brescia, con il marchio di efficienza di A2A. E c’è anche chi, come il governatore lombardo Attilio Fontana, dissotterra l’ascia di guerra dell’antica Lega Nord, spiegando a Di Maio che “se dice che gli inceneritori inquinano, io rilancio con questa mezza provocazione e mezza proposta, dicendo che iniziamo a smettere di bruciare rifiuti di altre regioni” (leggi il Sud). E’ così che inizia la caccia alle streghe contro i termovalorizzatori. Anche al Pirellone scattano le mozioni pro e contro, proprio mentre a Brescia il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ostenta le certezze targate Cinque stelle: “Una cosa è aprire termovalorizzatori, una cosa è chiuderne. Aprirne è antieconomico. Se il primo gennaio del 2019 dovessimo mai autorizzare un termovalorizzatore ci vogliono non meno di 7 anni per costruirlo e il businessplan prevede non meno di 20 anni per il recupero economico. Saremmo nel 2046, quando avremo percentuali tra 90 per cento e 95 per cento di differenziata e di riciclo e quindi non ci sarà più nulla da bruciare. Ecco perché dico che è una questione economica, tanto è vero che le gare vanno tutte deserte”.

   

Non succederà, la competenza scientifica non è un punto di riferimento per questo governo, ma se il ministro dovesse mai passare per le aule del Politecnico di Milano gli infilerebbero un bel paio di orecchie d’asino. “Da molto tempo passa il messaggio che la raccolta differenziata sia l’alternativa alla termoutilizzazione e alla discarica, ma non è così”, spiega Stefano Consonni, professore di Sistemi per l’energia e l’ambiente al Politecnico. “Un equilibrato e moderno sistema di gestione dei rifiuti necessita della raccolta differenziata, dei termoutilizzatori, di una piccola quota di discarica (materiale inerte da mettere a riposo al sicuro). Quindi nel sistema integrato ciascuna tecnologia deve fare la sua parte. Se ne togliamo una, tutto il sistema non sta in piedi e va in emergenza”. “La tecnologia della termovalorizzazione – ma possiamo anche chiamarli inceneritori perché il principio di funzionamento è comunque quello di sottoporre a trattamento termico di combustione i rifiuti – è nata 150 anni fa con il primario obiettivo, allora, di sterilizzare, ridurre il volume dei rifiuti e renderli inerti. Nel corso di oltre un secolo e mezzo di storia questa tecnologia si è evoluta cambiando radicalmente le sue caratteristiche. Se potevano essere giustificate le preoccupazioni di oltre un secolo fa per le emissioni in atmosfera e per l’impatto sull’ambiente, queste preoccupazioni non sono più giustificate oggi. Diciamo che i termovalorizzatori di oggi sono molto diversi da quelli che si realizzavano fino a 50 anni fa, hanno anche cambiato nome non a caso perché mentre gli inceneritori di una volta avevano il mero obiettivo di smaltire. I termoutilizzatori di oggi hanno un effetto utile: la produzione di notevoli quantità di elettricità e calore che possono sostituire combustibili fossili e altre fonti da cui tutt’ora dipendiamo in modo massiccio”, spiega paziente e puntuale il professore. Ma come stanno in salute gli impianti italiani? “Gli impianti di termoutilizzazione in Italia sono di buona qualità, non sono per nulla obsoleti, sono buoni. La Lombardia, quasi completamente autonoma nel trattamento dei rifiuti, è un esempio con un sistema integrato ben equilibrato che recupera sia la materia che l’energia. Al Sud situazione assolutamente insoddisfacente. Roma poi è l’unica capitale europea senza un impianto di termoutilizzazione. Ci sono ad Amsterdam, a Parigi, a Stoccolma, a Londra, a Berlino, a Zurigo. Ne hanno tutti. Dove ci sono alte concentrazioni di popolazione è indispensabile provvedere a una civile e ordinata gestione dei rifiuti che consiste nel recupero di materia (riciclaggio, ndr) e recupero di energia”. In questi giorni ha fatto la sua comparsa l’impianto di Copenaghen, con tanto di pista da sci sul tetto “l’ho visitato mentre era in costruzione – spiega Consonni – sostituisce un impianto vecchio di trent’anni. Ma i termovalorizzatori che abbiamo a Milano, Torino e Brescia dal punto di vista tecnologico e delle prestazioni non hanno nulla da invidiare a quello di Copenaghen”.

  

I ricercatori del Poli non si meravigliano della sagra delle bufale promossa da Grillo e soci, che accompagna innovazione e ricerca, soprattutto in campo ambientale. “Mi sembrano paure medioevali, demoniache, ma non hanno nulla a che fare con la tecnologia attuale”, protesta il professore. E poi spiega: “Abbiamo costituito al Politecnico il centro studi MatER (materia ed energia), che da molti anni si occupa di questi temi nell’ottica di individuare tecnologie e pratiche che possano garantire la sostenibilità di tutto il sistema di gestione dei rifiuti”. E’ istruttivo aprire la hompage del sito (www.mater.Polimi.it) dove campeggia una frase da “Le città invisibili” di Italo Calvino: “Una volta buttata via la roba, nessuno vuole più averci da pensare”. Più avanti c’è una rubrica dal suggestivo titolo: “Rifiutiamo le bufale” e poi “facciamo chiarezza. Grazie all’aiuto di ricercatori e ricercatrici del Centro studi MatER, usiamo la scienza per sfatare i falsi miti sul recupero di materia ed energia dai rifiuti”. Studiare per credere.

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Commenti all'articolo

  • Ferny55

    22 Novembre 2018 - 15:03

    Qualcuno spieghi inoltre cha accanto ai rifiuti urbani abbiamo anche il problema dei rifiuti prodotti dalle nostre industrie dove vale lo stesso principio. Un circuito integrato fatto di impianti di recupero, termovalorizzatori e discariche controllate. La differenziata ha un valore se ciò che si recupera è vendibile come materia secondaria altrimenti si ritorna al punto iniziale.

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    • Skybolt

      22 Novembre 2018 - 16:04

      Il problema è che molto del recuperato che sarebbe vendibile non si riesce a venderlo. Siamo pieni di carta, di plastica e di vetro, quest'ultimo perchè essendo mischiato di colori diversi ha mercato solo per il bruno, e importiamo rottame dagli USA. Sui rifiuti elettrici ed elettronici, il tempo di attraversamento della catena del riciclo, dal ritiro al mercato, ha tempi molto lunghi perchè la logistica inversa costa e i centri di recupero sono pochi e strapieni. L'economia circolare non sarà mai al 100% se si vuole restare in costi accettabili. La società umana non è sovrapponibile ai cicli naturali.

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