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Le sfilate-iban. L’altra faccia (con sciure) della moda milanese

Oltre alla gente che la moda la crea, la osserva e la descrive esiste una moda che vive secondo regole sue proprie, perlopiù ignote alle riviste e ai fotografi dei social network

23 Settembre 2018 alle 06:09

Le sfilate-iban. L’altra faccia (con sciure) della moda milanese

Foto LaPresse

L’idea, molto diffusa, che la moda raccolga le emule di Chiara Ferragni e un manipolo di omosessuali calzati di ciabatte di pelo e avvolti in scialli di seta, è piuttosto errata e certamente parziale. Oltre alla gente che la moda la crea, la osserva e la descrive, e che a prescindere dagli orientamenti sessuali è vestita in prevalenza di nero e con un rigore sconosciuto fino a qualche tempo fa perfino in Parlamento (Luigi Di Maio e Giuseppe Conte sono vestiti benissimo, bisogna ammetterlo e, by the way, grazie infinite ministro per aver garantito la continuità del sostegno economico alla moda. Al netto dell’idea dell’“Amazon del made in Italy”, che già immaginiamo pieno di ceramiche campane, è davvero una bella notizia), esiste infatti una moda che vive secondo regole sue proprie, perlopiù ignote alle riviste e ai fotografi dei social network ai quali interessano appunto le chiareferragni. Ad eccezione di uno. Se volete capire l’altra faccia della moda milanese che oggi attende con ansia la sfilata di Prada e il colossale evento dell’Emporio Armani all’hangar di Linate, aprite l’account instagram “lepiùaffascinantidimilano” e scoprite i volti di chi guarda, vive e compra moda esattamente come dieci, venti, cinquanta o cento anni fa, fra champagne, camerieri in guanti bianchi, giardini, colazioni all’ombra di quattro portate e durata varabiale fra le due e le tre ore, perché nessuno aspetta da loro la consegna del pezzo, la relazione, il piano vendite. E bisogna pure tirare sera. Le nostre “ladies who lunch”.

 

Martedì se ne sono avute due folte presenze presenze all’hotel Carlton Baglioni, per la presentazione dei delphos modello Fortuny di Giuliana Cella, ma soprattutto da Raffaella Curiel, “la Lella” come da nick meneghino, rigorosamente preceduto dall’articolo determinativo. La moda milanese avrebbe aperto poche ore dopo le sfilate di presentazione delle collezioni primavera-estate 2019: lei ha presentato la haute couture per questo inverno, cioè per domani. Ventotto abiti sublimi (“adesso voglio proprio vedere chi ti vestirà quest’anno alla Prima della Scala”, ti squadrava alla fine, quando correvi a baciarla perché certi pizzi non si vedono dalla metà dell’Ottocento, e infatti i suoi erano autentici) e chisseneimporta se gli altri sono costretti a produrre in serie per l’anno prossimo: lei venderà tutti i suoi pezzi unici alle cinesi che ormai sono i suoi partner, alle americane che alternano i suoi agli abiti dell’omologa Carolina Herrera e anche alle milanesi che, commentava divertito uno dei manager più in vista dell’editoria, erano state invitate a questa “straordinaria sfilata-iban”. Mentre i giovani stilisti si affannano a cercare ogni stagione location inedite e possibilmente poco costose, “La Lella” ha organizzato passerella, ricevimento e colazione per cento comodamente chez soi, cioè dal nipote Piero Maranghi, nella Casa degli Atellani che appartenne a Leonardo da Vinci e che affaccia su un meraviglioso giardino, con vitigno originale recuperato e reso oggetto dell’ammirazione estatica di pochi e selezionatissimi turisti. Fra i saloni e il cortile resi successivamente fascinosi da Piero Portaluppi e Piero Castellini, entrambi a loro volta “famiglia”, c’era il tout Milan al femminile, che sono sempre pochi nomi, perché la città è piccola, e tutti debitamente registrati sull’account “delle affascinanti” che è geniale e trasversale definizione dello styler Mattia Boffi per accogliere anche chi ha esagerato con botox e ritocchi. Todos caballeros, todas fascinose. Dall’uniforme mix di abiti fascianti e tacchi a spillo, ché tanto non si deve correre, emergevano quelle davvero divertenti, come Fiorenza Locatelli ed Elsa Gardenghi, quelle come Marta Brivio Sforza da cui mai sentirai uscire di bocca una critica perché mai si metterebbero in urto con qualcuno in una città piccola come questa, quelle che attendono nuove luci e riflettori, come Laura Fossa, le d’Urso nate e acquisite, e poi le Andrée Ruth Shammah un po’ in disparte, a cercare di capire. Per le altre, flan di spinaci.

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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