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Il lungo accerchiamento gialloverde a Milano è cominciato

Le contraddizioni politiche del centrosinistra e il momento storico preludono a quella che sarà una lunga campagna d’inverno per conquistare, da parte dei gialloverdi, l’ultimo avamposto dei riformisti di (ex) governo

8 Settembre 2018 alle 06:07

Il lungo accerchiamento gialloverde a Milano è cominciato

Foto LaPresse

Le campagne d’accerchiamento sono un classico dei manuali militari: prima stringi il nemico in un angolo, poi lo costringi alla resa. O lo massacri. La politica, a volte, offre lo stesso spettacolo, solo apparentemente meno cruento. E’ quello che sta avvenendo a Milano, dove le contraddizioni politiche del centrosinistra e il momento storico preludono a quella che sarà una lunga campagna d’inverno per conquistare, da parte dei gialloverdi, l’ultimo avamposto dei riformisti di (ex) governo, se si esclude Brescia (ma là il terreno è diverso).

 

PRIMO CERCHIO - SICUREZZA

Sono avvenute un po’ di cose, negli ultimi giorni. Importanti. Ad esempio, la circolare di Matteo Salvini sugli sgomberi. Riguarda tutti: esperimenti sociali e centri sociali, famiglie in povertà e famiglie abusive. Piove come una manna da cielo sull’Aler Milano, che con il suo presidente Angelo Sala da tempo chiede mani libere per poter sgomberare le migliaia di casi che funestano i quartieri popolari. E piove come pioggia fertile a rinverdire le polemiche sui centri sociali: anche loro da sgomberare, nell’idea salviniana. Un problema irrisolto in seno alla sinistra. Beppe Sala ha dovuto dire che va valutato caso per caso: ma come potrà attaccare senza mezzi termini, come vorrebbe la sinistra dura e pura, un provvedimento che di fatto colpisce sì esperienze di “attivisti” come Aldo Dice 26x1, ma anche situazioni patenti di illegalità nelle case popolari? Come potrà sostenere una posizione giocoforza sulla difensiva? E la sinistra accetterà quella che sarà necessariamente una posizione intermedia, moderata? Ammesso che lo voglia: non c’era un esponente del Pd milanese, pare, a difendere Aldo Dice 26x1 durante lo sgombero. Intanto Salvini si muove rapido: grazie alla doppia maggioranza non ha bisogno di informare gli alleati sul territorio (Forza Italia) per quelli che sono atti di governo. E il Movimento cinque stelle, con il quale Beppe Sala ha un canale aperto, quando si parla di sicurezza di fatto si defila: terreno di Salvini, stop. Da lì, dalla sicurezza, arriverà la prima offensiva: mediatica in primis, ma anche con le circolari ministeriali e gli atti concreti.

 

SECONDO CERCHIO - PERIMETRO PD

Discussione, a dirla tutta, pochina. Qualche conciliabolo nelle feste dell’Unità, e la grande incognita: chi parteciperà alla Leopolda? E chi parteciperà a Piazza Grande? Le due iniziative saranno il luogo in cui si separeranno quelli che stanno con l’ex premier da quelli che non ci stanno. Beppe Sala di certo non ci sta. Ma anche altri, con cui aveva ottime consuetudini, man mano hanno mutato la loro posizione politica e alcuni buoni rapporti si sono politicamente incrinati: è il caso di Maurizio Martina. Non ci sono riferimenti nazionali, per Milano. Sul territorio, la persona con cui il sindaco parla, più che la renziana vicesindaco Anna Scavuzzo (peraltro sparita dai radar della politica e inabissatasi nella parte amministrativa), è il vicesindaco in pectore Pierfrancesco Majorino. Il primo dei supporter di Nicola Zingaretti a Milano. Forse per questo Sala ha mostrato un tiepido appoggio al governatore: sullo scacchiere non c’è altro. Ma davvero è la sua posizione politica? Quando Majorino attacca la logica degli sgomberi, davvero il sindaco può appoggiarlo in toto? Oppure è comunque una posizione intermedia? E ancora: il gruppo dirigente del Pd (e una buona parte dei consiglieri comunali, anche se non la maggioranza) è di marca ex renziana e sicuramente farà fatica a digerire unitariamente Zingaretti: il partito frammentato sarà un problema o un vantaggio per il sindaco? Anche perché le sfide future avranno grandi conseguenze: il segretario metropolitano che si andrà a scegliere, ad esempio, sarà quello che “deciderà” il percorso della prossima campagna elettorale per cercare di resistere a Milano. Se Sala proverà a fare un secondo giro non è certo, per ora. Di certo azioni amministrative che si compiono oggi (Navigli, ticket Atm, zona B, solo per dirne tre) avranno riflessi anche a quasi mille giorni di distanza, nelle urne.

 

TERZO CERCHIO - OlIMPIADI E RAI

Quando i vertici istituzionali mutano, muta anche il potere che da questi discende. Legge molto più vasta dello spoil system di bassaniniana memoria. E dunque, una serie di rapporti che Beppe Sala aveva in quel di Roma, vengono ad avere un peso diverso nella nuova realtà gialloverde. Un paio di esempi: il Coni e la Rai. Malagò, grande amico dei tempi che furono di Beppe Sala, primo cittadino che del calcio fa quasi una malattia (per l’Inter, of course), aveva assicurato a Palazzo Marino per quindici lunghi mesi che Milano sarebbe stata capofila nelle Olimpiadi. Poi però arriva Giancarlo Giorgetti, uno che dello sport si vuole occupare oggi, e qualcuno dice anche domani. Giorgetti frustra le aspettative di Attilio Fontana, governatore lombardo, che avrebbe voluto Milano capofila anche per realizzare le opere tra il capoluogo e la Valtellina, attualmente sconnessi come due città dell’Africa sub-sahariana. Peggio: pochi soldi sulle infrastrutture, e candidatura condivisa con altre città, senza ruolo di capofila per Milano. Malagò si accoda in un nanosecondo, Beppe Sala ovviamente si infuria (pubblicamente e privatamente). Sponde a sinistra? Nessuna: non risultano interessamenti parlamentari da parte di esponenti di punta dei dem. Milano è sola. E accerchiata. Poi la Rai. Dai tempi di Roberto Formigoni il potere lombardo è sempre stato fautore di un potenziamento del centro di produzione Rai di Milano. Sala non fa eccezione, in questo. Ma la situazione ora è ancor più bloccata di qualche anno fa: alla Rai non si capisce chi governa, il progetto in via di precisazione con il vecchio governo di Viale Mazzini per il trasferimento al Portello da via Mecenate va al rilento, non si capisce neppure chi governa l’intero processo. E la politica milanese non sa che pesci prendere. Il problema è sempre lo stesso: dall’altra parte del telefono, a Roma, non risponde nessuno. E se risponde, non è una voce amica.

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