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Diavoli per Prada

Si sgonfiano un po’ i fatturati (però vale per tutti) della moda. Ma il brand è anche altro. Rilanci

18 Marzo 2018 alle 06:10

Diavoli per Prada

Il negozio di Prada in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano (foto LaPresse)

Il Diavolo sveste Prada? Difficile ammetterlo quando una maison di moda come quella di Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, nonostante la crisi o meglio il rallentamento del business, fattura pur sempre 3,05 miliardi di euro e realizza quasi 250 milioni di utile. Chi non vorrebbe avere un’azienda così iconica, consacrata dalla pellicola hollywoodiana “Il Diavolo veste Prada” del 2006 (incasso totale di 326 milioni di dollari rispetto ai 41 milioni di costo) tratta a sua volta dal bestseller da milioni di copie pubblicato nel 2003 dalla scrittrice Lauren Weisberger. Un’azienda che produce comunque questi numeri, e che può permettersi di elargire ai soci un dividendo di 192 milioni annuo? Sicuramente se la tengono ben stretta moglie e marito Prada-Bertelli, i quali attraverso la Prada Holding ne controllano l’80% e si sono garantiti dal 2011, anno di quotazione a Hong Kong (in Italia le valutazioni erano più basse rispetto a quelle della effervescente Borsa orientale, e all’epoca la società doveva rimborsare un grosso debito bancario, ripagato grazie all’incasso dell’Ipo, 2,6 miliardi di dollari), qualcosa come 1,36 miliardi di euro di cedole.

 

Nonostante questo, la griffe fondata nel 1913 in Galleria Vittorio Emanuele II dai fratelli Mario (nonno di Miuccia) e Martino Prada, inizialmente come negozio di cuoio, borse, accessori da viaggio, e divenuta a partire dal 1919 fornitore della Real Casa dei Savoia, sta vivendo un passaggio cruciale della sua storia ultrasecolare. Perché, i conti del 2017 hanno chiuso in calo: i ricavi, 3 miliardi appunto, sono stati in flessione del 3,6%, il margine operativo lordo, 588 milioni, del 7,3% e i profitti (248,9 milioni) del 4,3%. Un trend negativo che ha riguardato in particolare la prima parte dello scorso anno e che è legato alle difficoltà riscontrate dalla maison in Giappone (-11%), nel Middle East (-9%) e pure nelle Americhe (-4%): mercati sui quali hanno avuto cali sensibili i brand Miu Miu (-9%) e Church’s (-8%), mentre il marchio principale, Prada, ha tenuto, chiudendo l’anno in pareggio.

 

Non un belllissimo segnale per il settore della moda visto che tra tutti i principali gruppi, quello dell’inconfondibile logo bianco su sfondo nero, è il più rilevante rispetto ai numeri di Giorgio Armani, il re delle passerelle milanesi che nel 2016 ha fatturato 2,65 miliardi (-5%) e lo scorso luglio ha avviato un processo di riorganizzazione, e le quotate Salvatore Ferragamo (1,39 miliardi di ricavi, -3% dopo aver lanciato il cosiddetto allarme utili per il 2018 e avere salutato l’ad, Eraldo Poletto, arrivato a maggio 2016) e Tod's (963,3 milioni, -4,1%).

 

E se i dati fotografano una situazione non facile, miss e mister Prada si dicono ottimisti sul futuro, grazie a un cambio di marcia che punta parecchio sul digitale e l’e-commerce. Un piano che ha già iniziato a dare i suoi frutti nella seconda parte del 2017 e che dovrebbe esplicitarsi definitivamente quest'anno. Anche perché, comunque, la forza del brand, che da tempo solca i mari di mezzo mondo grazie alle performance del team Luna Rossa, impegnato anche nella prossima sfida all’America’s Cup (le serie preliminari ci saranno nel 2019-2020), è intatta. Al punto che il sequel del film, che nel 2006 vede eccellere Meryl Streep e diede la ribalta alle giovani Anne Hathaway ed Emily Blunt, in uscita il prossimo giugno e tratto dall’ultima fatica letteraria della stessa Weiberger “Quando la vita ti dà dei Lululemons” è stato ribattezzato “Il Diavolo veste Prada 2” per attrarre il pubblico. Del resto chi non ha visto e rivisto la pellicola che, nonostante le smentite di rito, aveva quale fulcro della trama il ruolo e il potere di Anne Wintour, la direttora, dal 1988, di Vogue America. Ma tanta è la forza del brand italiano, che la scrittrice dalla quale tutto mediaticamente è partito, nel novembre del 2013, nel celebrare il decennale del primo best-seller, ha dato alle stampe il sequel “Revenge wears Prada” (“La vendetta veste..”, avete capito cosa).

 

Ma nonostante questa vocazione internazionale, Miuccia Prada e Patrizio Bertelli non hanno dimenticato le origini milanesi del marchio, se è vero che dopo aver tentato di conquistare la storica pasticceria Cova di via Montenapoleone, andata nel 2013 al colosso francese Lvmh, hanno rilanciato comprando, l’anno successivo, per 8 milioni, l’altro celebrato brand della dolcezza cittadina, nonché rinomato produttore di panettoni, Marchesi, portato per noblesse oblige e concorrenza diretta a raddoppiare la presenza sempre nella via della moda e di fronte alla rivale Cova. Ma l’attaccamento per Milano dei Prada non è certo finito qua. Perché a metà del 2015 è stata inaugurata la nuova sede della Fondazione omonima nata sulle ceneri di un ex distilleria a due passi dallo scalo ferroviario di Porta Romana. Un intervento di riqualificazione realizzato su un’area di 19 mila metri quadrati dallo studio Oma guidato dall’architetto Rem Koolhaas che ora sta per aprire al pubblico (20 aprile) la nuova Torre.

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