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La meccanica del futuro. Quanto vale il Politecnico di Milano per l'Italia

Parla il rettore Ferruccio Resta. Internazionalizzazione degli atenei, 4.0, giovani

1 Febbraio 2018 alle 12:53

La meccanica del futuro. Quanto vale il Politecnico di Milano per l'Italia

Ferruccio Resta

Tre mila persone che fanno innovazione e ricerca, 950 accordi con università sparse in tutto il mondo, mille idee all’anno che diventato progetti. 42 mila studenti, 1.400 docenti, duemila dottorandi. In sette anni i laureati aumentati del 35 per cento e gli studenti stranieri più che raddoppiati. Risaliti di cento posizioni nel ranking internazionale classificandosi fra le prime duecento università nel mondo. Diventa facile, per questo smantellatore di confini, dire poi: “Sono fortunato, io vedo il futuro”. Nel senso dei giovani che studiano o progettano tra Città Studi e i molti Lab e sedi staccate dell’ateneo. Ferruccio Resta, rettore del Politecnico dal 17 novembre del 2016, al Forum del Foglio è un fiume in piena. Cifre, accordi, programmi. E l’ottimismo della ragione. “Il punto di forza del brand Politecnico? La qualità dei nostri laureati. Seimila laureati all’anno e le imprese che cercano molto di più il Politecnico rispetto al passato. Il 97 per cento trova lavoro entro l’anno”.

 

E il brand Milano, aiuta? “Fondamentale. La grande attrattività di Milano mischiata alla qualità del Politecnico e delle altre università milanesi ci permette di essere dentro il sistema mondiale del sapere. Uno studente su tre dei corsi di specializzazione è straniero”. Corsi, sottolinea Resta, che si svolgono per la maggior parte in inglese (proprio ieri il Consiglio di stato ha confermato una sentenza del Tar che vieta al Politecnico di tenere corsi solo in inglese istituiti nel 2014. Una sentenza antistorica, ne parliamo in un editoriale a pagina tre). “I nostri ragazzi vanno all'estero, ma anche i giovani stranieri vengono da noi. Al Politecnico siamo in equilibrio in questo scambio. Noi abbiamo un campus a Shanghai, ma alla Bovisa arriverà la Tsinghua University di Pechino. Hanno scelto noi come luogo di ricerca e istruzione il Politecnico e Milano”.

 

Non è da ieri, che le migliori università italiane, pur nei ranking internazionali deboli che conosciamo, puntano all’internazionalizzazione di studi e partnership, e più in generale ad uscire dal “castello” di un sapere solo da dispensare e certificare per entrare in rapporto con il territorio, le aziende (multinazionali o Pmi che siano), i mercati internazionali. Il Poli, per le sue caratteristiche, si sente non un mondo chiuso ma un partner di conoscenza che cerca partner di realizzazioni e progetti. “Non possiamo fare concorrenza al Politecnico di Zurigo, o ad altre università dello stesso rango rimanendo chiusi dentro Città Studi. Sono troppo grandi loro, c’è una differenza evidente nelle capacità finanziarie, nella libertà di reclutamento di docenti e ricercatori”. Ma il Politecnico non sta fermo, cerca partner per ogni progetto. E guarda in modo innovativo anche al suo territorio. Ad esempio, dal 2015 un accordo di collaborazione scientifica con la Fabbrica del Duomo – tecnologie di conservazione, restauro e altro – permette, come piace dire a Resta “al politecnico di avere un laboratorio sul campo grande come il Duomo”.

 

La stessa cosa vorrebbe avvenisse ad esempio in una città come Mantova: non aprire lì una sede universitaria, ma mettere studenti e docenti al lavoro sul logo. Programmi analoghi si stanno studiando, ad esempio, per i recuperi delle periferie milanesi in cui è impegnato il Comune. “I nostri ricercatori ingaggiati grazie al 5 per mille che raccogliamo collaborano con il Comune, ma anche a progetti per l’Africa”. Non esiste nemmeno più l’idea degli atenei chiusi in se stessi, dice il rettore. “In Human Technopole siamo insieme a Bicocca e Statale, tanto per fare un esempio. Il Politecnico partecipa allo sviluppo della città. Cantieri di innovazione dedicati a temi centrali  per il futuro come il 5G, mobilità autonoma, salute, beni culturali, la sicurezza”. E ovviamente all’estero. Per gli studenti, Alliance for Tech significa un progetto per cui gli studenti potranno studiare sei mesi qui e sei all’estero, ma seguendo corsi di studi integrati. Per le aziende, vuol dire andare ad aprire una sede operativa in Cina coinvolgendo le aziende che hanno interesse a lavorare là, o a imparare dalla loro tecnologia.

 

Ferruccio Resta da rettore condivide anche il trasferimento della Statale da Città Studi all'area ex Expo. “L’università ha bisogno di spazi. Non fermiamo il cambiamento. Il futuro di Città Studi non è l’oblio. Noi stessi intendiamo allargarci in alcuni edifici che si libereranno, Bicocca ha espresso lo stesso interesse”. Cosa fa, il Poli, per l’industria 4.0? “E’ il presente già in atto, il futuro è la qualità della formazione. Il sapere tecnologico all’avanguardia. Dobbiamo essere messi in condizione di fornire tutta l’assistenza possibile a chi lo chiede. Le imprese con una forte tecnologia saranno caratterizzate moltissimo dalla qualità dei dipendenti, dai laureati. La concorrenza è forte. In Germania il numero di dottorandi è superiore otto volte al Politecnico. Dobbiamo correre e migliorare: formazione di alto livello perché la tecnologia è alta e i nostri laureati devono essere capaci”. C’è un fiore all’occhiello, in questo. Si chiama PoliHub, ed è considerato il quinto al mondo per qualità. E’ l’incubatore del Politecnico gestito dalla Fondazione Politecnico di Milano con la mission di supportare le startup altamente innovative con modelli di business scalabili e di spingere i processi di cross-fertilizzazione tra l’Ateneo, le stesse startup e le aziende interessate attente all’innovazione. Qui nascono mille idee all’anno. Non tutte crescono, ma molte sì. Mettere insieme studenti interessati che provengono da tutte le parti del mondo, produce una creatività spontanea. Non solo i docenti in campo, ma anche migliaia e migliaia di giovani con la loro freschezza, il loro intuito, le loro necessità. Non solo app, ma anche impresa, industria. Idee per tutti. “Senza industria non c’è futuro. Non separo l'industria dalle start up. L’impresa deve tornare al centro”.

 

Il futuro di Milano? “I confini sono dettati dalla connettività e dalla mobilità. I confini non li decide la politica. Si prevede uno sviluppo industriale a sud-ovest di Milano, Genova ancora porto di Milano. Mantova, Cremona Piacenza più a vocazione culturale, turistica e agricola. Per mantenere una leadership nel manifatturiero, credo sia necessario valorizzare i nostri punti di forza: creatività, flessibilità e innovazione tecnologica. Saranno questi i tre pilastri della fabbrica del futuro. Non dobbiamo commettere l’errore di sfidare la capacità organizzativa della macchina tedesca o la capacità di ragionare su grande scala dei cinesi”. Sì, ma che cosa s’intende per creatività, flessibilità? “Per creatività intendo l’integrazione delle  tecnologie digitali nel prodotto e nella produzione; queste apriranno scenari e mercati imprevedibili fino a qualche anno fa. Basti pensare ai droni per la logistica, la manutenzione, la sicurezza, l’intrattenimento; ai dispositivi biometrici e alle novità nel comparto della salute o del benessere. E l’innovazione tecnologica che ci costringerà a nuove soluzioni in contesti più ampi, come quello dell'abitare, della mobilità, della sostenibilità in tutte le sue forme: Smart building, Storage energetico, mobilità elettrica e autonoma”. L’internazionalizzazione? “Non è il futuro del Politecnico, è il presente. Un esempio. Nel 2016 siamo entrati in IDEA League, un’alleanza strategica fra cinque università europee di primaria importanza in ambito tecnologico. Ne fanno parte, oltre a noi, delle assolute eccellenze: ETH di Zurich, TU - Delft, RWTH Aachen e Chalmers University. Siamo membri anche di Alliance4Tech, un’alleanza strategica con l’obiettivo di creare un Campus europeo senza confini per studenti e docenti tra CentraleSupélec di Parigi, Politecnico di Milano, Technische Universität Berlin e University College London. Quattro istituzioni situate nel cuore economico dell’Europa, diverse per cultura e tradizione ma unite dalla passione per l'innovazione tecnologica”.

 

Torniamo a Milano. Come sarà nel 2030? “Lo sviluppo nuovo deve andare a Sudovest, sull’asse del terzo valico. Genova è e sarà sempre più il porto di Milano. Uno sbocco cui ad esempio guarda la Svizzera, alternativa ai porti e ai corridoi del nord Europa”. Un’altra sfida che il rettore del Poli individua per la regione è il sud, più impostato sul settore agricolo. La parte della eregione che, anche secondo il candidato Giorgio Gori, è rimasta un po’ più indietro rispetto alla “macro-città” milanese. “Ma lì c’è molto da fare, per pensare un modello di sviluppo adeguato e valorizzare i nostri punti di forza”, dice Resta, che non pensa che ogni territorio debba avere la stessa vocazione. “Non dobbiamo commettere l’errore di sfidare la capacità organizzativa della macchina tedesca o la capacità di ragionare su grande scala dei cinesi”.

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